Latina/ Riprendiamoci la piazza: la parata e la Turandot

Latina/ Riprendiamoci la piazza: la parata e la Turandot

19 Aprile 2020 0 Di Lidano Grassucci

S’i fosse fuoco, arderei ‘l mondo;
s’i fosse vento, lo tempestarei;
s’i fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i fosse Dio, mandereil’ en profondo;
s’i fosse papa, allor serei giocondo,
ché tutti cristiani imbrigarei;
s’i fosse ‘mperator, ben lo farei;
a tutti tagliarei lo capo a tondo.
S’i fosse morte, andarei a mi’ padre;
s’i fosse vita, non starei con lui;
similemente faria da mi’ madre.
Si fosse Cecco com’i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.

Cecco Angiolieri, Siena sette secoli fa.

 

SI FOSSI SINDACO

 

Quelli nuovi

Si fossi sindaco, come non sono, non fui e non sarò, cosa farei? Chiamerei in municipio tutti i mille responsabili delle mille iniziative di sostegno che in questi giorni, come fiori di primavera, sono sbocciati in città. Davanti a loro non parlerei, resterei muto, ad ascoltare come il mondo è cambiato, la città si è trasformata sotto la nostra vita. Poi, solo poi, alla fine quando manca qualche secondo chiederei loro, con umiltà, di darci ancora una mano per tornare a “campa’”. E darei incarico all’assessore ai servizi sociali prende nomi e situazioni per fare di questo esercito spontaneo la nuova “guardia sociale” della città, della latina che sarà.

Si sposta il lavoro non i lavoratori

Poi, solo poi, lascerei i sogni e chiamerei quelli di open fibra, di Tim, di Linkem, il resto fate voi e chiederei mille strade telematiche che lavorare a Gnif Gnaf e al centro di  New York sia la stessa cosa, uguale. Chiederei a quelli dell’università di fare un grande progetto che, li dove si puote, si sposti il lavoro e non il lavoratore.

Facciamo la Turandot a teatro

Poi mi chiamerei avversari e amici e chiederei loro di litigare sempre, senza non c’è gusto, ma insieme fare delle cose simbolo. Più che mai aprirei il teatro perché dopo la “distanza sociale”, si tornerà al bisogno della “vicinanza umana”. E l’inaugurazione del teatro nuovo la farei con la Turandot così la città possa “cantare”, “ascoltare” vivere la sua rinascita. E a suonare i ragazzi del conservatorio. Anche per far indossare alle donne gli abiti più belli dopo essere state ore dal parrucchiere e ancor di più a scegliere le scarpe.

Presentiamo i vecchi ai ragazzi

Chiamerei tutti i presidi, di tutte le scuole, per organizzare una festa dei bambini in piazza e sullo schermo le facce degli anziani di questa città che gli dicono semplicemente ciao e si fanno guardare per capire che si può anche piangere e chi parte lascia la valigia qua. E ogni faccia di vecchio signore a rotazione gira in piazza con i nomi di chi non c’è più, per la speranza di chi non c’è ancora. Li farei parlare i nonni con i mille accenti di questa città, così bella, perché di voci diverse ne fa una. In setino (l’articolo lo scrivo io e inizio da me), in bassianese, in corese, in sermonetano… poi nelle lingue della serenissima, veneto, trentino, friulano… poi i romagnoli, gli italiani di Tunisia, quelli di Pola e via via fino ai romani, ai napoletani, quelli di Pantelleria. Accoglienti sentiranno con le facce dell’est le mille lingue che oggi ascoltano i nostri anziani.

Chiamerei i presidi e farei un grande patto per la scuola sentendo da loro bisogni e talenti.

La stele e la grande parata

Poi farei una stele in una rotonda della città con i nomi dei nostri morti, il ricordo di tutti i morti e un grazie a chi ha lavorato per salvarci. Anzi farei una sfilata tra due ali di folla e farei passare i medici con gli stetoscopi e i camici verdi, gli infermieri con la loro rigorosa pazienza, poi quelli delle pulizie con le notti negli occhi, un grande camion con dentro uno che saluta con la mano, camion così grande che a piazza del popolo si bloccherà, poi le cassiere dei supermercati truccate e con i capelli fatti per il sorriso di averci sopportato, e eccolo il camion di Abc con dentro quei ragazzi che per strada non hanno avuto paura, i farmacisti che c’erano sempre anche quando c’era da aver paura. E vestiti di bianco quelli delle industrie alimentari, quelli dell’Enel, quelli dei telefoni di Acqualatina e… eccoli i soldati che quando chiamano ci debbono andare, ragazzi o poco più, i carabinieri usi andar per le strade del regno a due a due contro i malfattori., gli agenti di polizia, i vigili del fuoco che vorrebbero tanto salvare i gatti audaci invece sono sempre pronti perché ci sono sempre i guai, quelli delle ambulanze che pure se non hai niente e non sai quel che troverai sali su e ci vai uguale e pure le guardie comunali che sono la polizia con la faccia uguale alla tua e con cui puoi parlare. Non mi dimentico i meccanici e il loro grasso e… vorrei l’applauso i contadini, si i contadini con i loro trattori che non si sono fermati mai, perché non si possono fermare, perché non si sanno fermare. Anche in una guerra bisogna pur mangiare.

Aprire le scuole

Facendo tutti in fretta per far tornare a scuola i bambini, sì perché i bambini, i ragazzi, sono bravi con i pc, la telematica, la banda larga ma hanno bisogno di scoprirsi e quando è l’età di baciarsi e sono “condannati” a non aver paura. Riapriamo le scuole, magari chiudiamo tutto il resto, ma a loro non possiamo rubare la vita di domani che a noi vecchi non appartiene.

Infine, è tempo di tornare ai bar, perché le città senza i caffè, i ristoranti semplicemente sono case attaccate. La città deve puzzare di caffè

PS: MI SCUSO CON CHI NON HO CITATO MA LA MIA TESTA COMINCIA A PERDERE COLPI PER ETA’, DEL RESTO CHI FA IL COMPLEANNO DI VENERDI’ 17 IN ANNO BISESTILE QUALCHE COSA HA DA PATIRE. 

 

Nella foto i falò a Chiesuola per l’epifania, i veneti bruciano la “vecia”