Il ritorno pane fatto in casa al tempo del coronavirus e la sua lingua

Il ritorno pane fatto in casa al tempo del coronavirus e la sua lingua

1 Maggio 2020 0 Di Lidano Grassucci

Ma chi aveva tempo per il pane? Già, lo comperavi di fretta già pane. I bimbi pensavano che nascesse già così, che non era acqua, farina, lievito e braccia, caldo del forno ma era pane nato pane.

Quando in chiesa parlavano del pane corpo di Cristo loro, i bimbi, lo pensavano fragrante baguette e non sapevano che c’erano braccia di donna ad “ammassare”, che c’era fatica del contadino a salvare il grano dalla gramigna, la sapienza del mugnaio a farne polvere bianca pensando ad anarchiche libertà e neanche immaginavano la fame del lievito madre, o la legna per scaldare il forno.

No, il messaggio non si capiva, non si capiva che Cristo era uomo, si era fatto uomo, per gli uomini che lo avevano fatto uomo, per la donna che lo aveva partorito, per il lavoro di Giuseppe con il legno e, il sale,  quanto basta.

Il “carcere” del covid 19 ha ridato il tempo ed ecco che come per una onda collettiva abbiamo riscoperto il pane, la massa, il lievito, la farina. Abbiamo riscoperto che le cose non nascono pronte da saltare in bocca, ma hanno la sapiente fatica di poter essere. E rinasce l’orgoglio di farlo, il pane.

La prima fornaia che ho conosciuto si chiamava Crocefissa, che nel nome aveva già un segno, braccia forti, braccia che ammassavano il pane. Ma, mentre ricordo, quella donna mi viene davanti l'”arcone”, la cassapanca sul cui piano si faceva il pane, poi sotto si metteva a lievitare, stava al centro della cucina di casa di nonna e il pane era un rito una volta a settimana, e anche nonna aveva le braccia forti. Il pane lo conoscevi, sapevi che non nasceva cosi ma aveva un’anima di lievito, una vita per forza di braccia e farina, e acqua e sapienza,

L’avevano perduto tutto questo, questo mondo del pane che era diventato una cosa che sta già pronta, anzi che ne devi mangiare poco… anche i medici seri:” il pane fa male”. Ma come fa male, è il corpo della salvezza.

Lo consideravo incredibile questo salutismo senza pane, basta un poco di pane e un poco di vino per vivere. Ora abbiamo rifatto il pane, anche nelle tragedie ci sono cose che mettono il colore della speranza alla paura.

Siamo tornati a fare il pane, a mostrarlo con orgoglio, siamo tornati a capire che la vita non è “assicurata” e che il pane è la sua fatica e per farlo nessuno è solo, in ogni morso c’è un mugnaio, un contadino, una donna che impasta e il sale sempre quanto basta e il lievito lo chiamano con la parola più bella che c’è: “madre”.

Anche in una tragedia puoi riscoprire l’alfabeto del mondo e capisci cose che prima erano misteriose.

 

Foto, disegno di Milo Manara