2 giugno/Lezione Patria

2 giugno/Lezione Patria

1 Giugno 2020 0 Di Lidano Grassucci

Di questi tempi ci si preparava. Le scuole stavano per chiudere e iniziava la lunga estate. Per quelli come me cambiava poco perché si passava dall’educazione di Stato a quella della famiglia, se possibile anche più rigorosa.

I valori della mia famiglia, e del ramo dedito all’educazione in particolare, erano prima di tutto nazionalistici. Ma il nazionalismo non era antilocalistico, non era razzista, ma orgoglioso sì. La parola Italia si pronunciava con devozione, attenta devozione.
Zia Maria era delegata all’insegnamento e prendeva sempre un pretesto visivo per le sue lezioni. Minuziose, con la dizione perfetta, la zeta era una sofferenza. Usava la lingua madre, il dialetto, per sottolineare gli umori, per descrivere le anime, ma la storia civile era in italiano perfetto.
Le cose che spiegava dovevano essere evidenti e quindi la Patria mi apparse nelle vesti dell’altare della Patria a Roma.

Domenica di buon’ora Piazza Venezia, esterno giorno.

Il sole rendeva il monumento ancora più bianco, rifletteva la luce tutto quel marmo. Zia ci piazza con alle spalle via del Corso e inizia. La Patria per me comincia quindi come iniziò lei:

con il pianto perché della mamma che ha perso il suo ragazzo sugli altipiani;

di lei che tra bare senza nome ne sceglie una per “poter almeno piangere”.

Poi ci racconta del treno che dal nord va a Roma e in ogni stazione incontra tante mamme che, per la Patria, mamme non erano più. Si è mamme se ci sono i figli e fino a quando sono.

A pensarla oggi questa storia, oggi che urliamo alla tragedia per un ferito. Tra il 1915 e il 1918 se ne andarono via 700.000 ragazzi italiani, e non andò meglio ai francesi, agli austriaci, agli inglesi, ai tedeschi, ai russi. Tragedia senza limite, e quelle pietre bianche che erano altare come alzarsi al cielo per far salire quelle mamme alla ragione di vivere che non avevano più.

Allora bimbo ho capito quel dolore: le donne del 1918, quelle anziane, non erano diverse dalle mie anziane. La Patria era questa cosa qui, che abbagliava che faceva del morire un vivere collettivo, come se non si morisse, uno per volta, uno soltanto e ciascuno che va è tragedia.
Ignoto, che non si conosce, milite che è soldato che è uno che, se muore muore un poco di meno.

Prima i bambini, poi le donne, poi i civili e un ragazzo con la divisa viene dopo. Andavano a morire con il petto contro la mitraglia, urlavano il nome del Re, l’Italia, i sassasarini gridavano Sardegna, ma poi tutti nel dolore urlavano mamma.

E zia Maria puntuale stemperava il suo orgoglio nazionale in questo umanissimo richiamo alla madre. La Patria, viene da padre, ma per lei era amore per la madre. Capivamo poco, ma quei soldati macchie grige nel bianco pericoli e lontani che facevano guardia al passato impressionavano, come piccole ferite al bianco.

Da grande, da internazionalista, leggevo gli scritto che smontavano le Patrie, ma quando Giulio Carlo Argan disse di quell’altare che era solo una macchina da scrivere, mi sentii offeso. Compresi che non era compreso: le cose non sono belle o brutte, significano o no. Se dalle cose togli il significato restano cose, sassi, ma se ci vedi gli occhi di una madre diventano… Patria