La falia di papà e un viaggio “vicino” nel piacere

La falia di papà e un viaggio “vicino” nel piacere

15 Luglio 2020 0 Di Lidano Grassucci

Per anni ci siamo globalizzati immersi in tafu e avocado, dove tutto era esotico e il resto vecchio e da buttare. La sacher torte era buona, la pastarella di visciole era vecchia, la Fiesta da preferire alla pasta di mandorle. E il pane? Di segale, di avena, di… ma la falia era antica. Al forno non si chiede più il pane buono, ma quello integrale.

Mio padre andava a lavorare in un pezzo di terra che avevamo alle Canalelle, dove i lepini si abbandonato al piano e “sputano” tutta l’acqua che hanno lì. Un posto vicino alle Sardellane, dove sono i pozzi che danno da bere a tutti i pontini del nord. Avevamo filari di vigna puntellati da alberi di fichi, nonno Lillo diceva “è nu giardino”.

Quando tornava a casa da li papà, puntualmente, riportava una pagnotta di Sezze e la falia.

Era, il riportare, retaggio di quando i contadini uscivano dal paese e, comunque, dovevano tornare con qualche cosa per i figli e chi rimaneva in casa. Qualche cosa da mangiare, perchè agli uomini non era dato “comperare”, ma “riportare” e “scovare”. Sono cose che paiono perse in un altro mondo, invece sono nel mondo che, vi assicuro, c’è stato ed è il mio mondo

Il pane (intendo la pagnotta), io e mia sorella, lo attaccavamo poco ma la falia era la prima vittima dei nostri denti. Era una aggressione che partiva dalla crosta dei bordi, era più di ogni cracker conosciuto, era bruschetta inaspettata nella sua freschezza di non essere “biscottata”

Poi si passava all’anima della falia con le bolle di lievitazione tanto grandi da essere miracolo rispetto a come la falia era spianata. Come cupole nascoste sotto lievi colline, come antri infiniti nella pancia del piano.

Iniziavano li esperimenti “saporiferi” che si specchiavano negli occhi felici di mio padre che pareva dicessero “ho fatto una cosa per voi, che vi piace”.

Sarà per questo travaso affettivo che la falia mi è familiare, è di casa, come le stoviglie della nonna, come l’arcone (la madia) , come il tavolo di legno massello. Le generazioni si scambiavano le cose, si donavano i sapori ed eri diverso da tutti gli altri.

Poi cercavamo di innovare, il ripieno era broccoletti e mortadella, ma si tentava con la mozzarella, il pomodoro e basilico, con il gorgonzola, con il prosciutto, con il cotto, la porchetta. La falia è una lavagna dove ciascuno scrive il nostro racconto e mai esce lo stesso romanzo.

Aveva si un difetto : finiva subito e non era ancora pronto da mangiare. Mia madre si arrabbiava: “ecco adesso non mangerete più”. Papà l’aveva “surclassata” e lei un poco era gelosa. Ci faceva male la pancia, restavamo per molto bloccati e saltavamo tutto il resto, soddisfatti del gusto di aver mangiato senza regola.

Dei cibi non ti nutri, ti educhi. La nostra è stata una educazione finale perché poi il palato è diventato delicato, è ricercante di non sapori.

Mi fu maestra Ersilia, donna setina trapiantata a Latina, ma cresciuta in una osteria a Melogrosso che ad un ospite che commentava di una insalata “molto delicata” rispose “non sa de n’cazzo“.  Trasformando l’educato responso in una evidente mancanza: il cibo non deve delicare, deve piacere

La falia sapeva, e per me sa ancora tanto, di mio padre. Poi papà ci pensava e doveva precisare per non suicidare il suo orgoglio setino“beh, puro a Piperno sao fa caccosa”.

Se vi capita in questa estate refrattaria all’esotico arrivate a Priverno giratela un poco, è bella, poi comperatevi la falia, metteteci dentro quel che volete o “attaccatela” dalla crosta: scoprirete la grandezza di Dio. Poi per il dolce passate a Sezze lì sarà tripudio, ma è un’altra storia. Poi vi parrà banale la sacher, inutile il tofu e all’avocato preferirete una “ficora di san Giovanni”