Ospedali e vecchie pellicce

Ospedali e vecchie pellicce

9 Agosto 2020 0 Di Maria Corsetti

Forse non tutte, ma in molte hanno qualche vecchia pelliccia nell’armadio.

Costata cifre impossibili negli anni ’70, andava difesa innanzitutto dai ladri. Farla pulire ogni tanto aveva prezzi altissimi, per non dire delle somme spese per rimettere a nuovo i modelli. Caldissime, ineguagliabili, non fosse che a Latina si potevano indossare senza sudare qualche settimana l’anno.

Pesanti sulla schiena, un po’ di meno le più pregiate, a un certo punto sono state soppiantate da piumini lunghissimi, bellissimi e leggerissimi per quanto ancora poco cruelty free.

Si è arrivati alla resa degli stilisti che hanno iniziato a studiare i materiali sintetici e a divertirsi con le pellicce ecologiche. Coloratissime, dai modelli azzardati, possibili da lavare in lavatrice e quando ci si stanca se ne compra un’altra. Con la spesa di restauro di una vecchia se ne comprano almeno due nuove mentre i lapin scorrazzano felici nel giardino del Padiglione Porfiri dell’ospedale di Latina.

 

Mi colpiscono i commenti su facebook al mio articolo “Un ospedale da fantascienza, si può fare”, pubblicato ieri, dove riportavo circa il progetto presentato dall’Ance – Associazione nazionale costruttori edili – di Latina di un nuovo ospedale da realizzarsi a Borgo Piave.

Commenti molto garbati, non sempre accade, probabilmente perché non avevo espresso alcun giudizio di merito e la mia unica preoccupazione era stata appunto relativa alla colonia di conigli (che quando finiscono appesi a una stampella dell’armadio sono chiamati graziosamente lapin).

 

I commenti mi hanno fatto luce su una serie di perplessità. La prima: che bisogno c’è di una nuova struttura, basterebbe rimodernare l’Ospedale Goretti. Questa è il primo dei dubbi al quale per primo rispondo. Fermo restando che a me personalmente andrebbe meglio se restaurassero il Goretti, visto che dista da casa mia cinque minuti a piedi, sono del parere che molto (non dico tutto) di ciò che è stato realizzato in edilizia tra gli anni 60-70-80 e dintorni andrebbe restaurato a colpi di ruspa e dinamite.

Motivazione: costruito tutto in grande fretta per una serie di cambiamenti velocissimi, spesso – non sempre, ma sempre più spesso – mancante di qualsiasi genio, ma anche solo spunto, architettonico, realizzato con materiali all’epoca d’avanguardia, oggi desueti ed energivori.

In poche parole: edifici brutti, vecchi e costosi.

 

La prima idea me la sono fatta girando per le scuole.

Si chiacchiera tanto dei banchi innovativi (quelli con le ruote, la ribaltina e la pedana per posare lo zaino, che c’è di innovativo non si è capito) e tutto il resto ve lo tenete così come è. Sì, in molte scuole sono state attrezzate aule informatiche, ben coibentate eccetera. Ma per il resto, la maggioranza, rimangono barattoli dove già a fine maggio (almeno nel centro sud Italia, ma rimaniamo più modestamente a Latina) si sfiata di caldo. Gli infissi offrono spifferi gelidi d’inverno, i vetri lasciamo perdere.

Scuole primarie e scuole dell’infanzia che tirano a campare grazie alle maestre che non sanno neanche loro come ce la fanno ogni giorno, scuole medie dimenticate perché quello della “secondaria di primo grado” è un limbo, anche i professori guadagnano di meno rispetto ai colleghi delle superiori.

Le superiori con gli spazi appiccicati, seguendo la fortuna storica di quell’indirizzo di studio. Superfetazioni, ma tanto nessuno se ne accorge perché era brutto anche prima. Salvo poi cadere in disgrazia e i locali in disuso essere occupati dalla scuola di grido del momento, con tutti gli inconvenienti della convivenza che, per quanto possa essere civile, è sempre sgradita.

 

Sono felice di non aver passato neanche un minuto da paziente all’Ospedale Goretti di Latina.

Ci ho passato tempo quando si è trattato di assistere qualcuno. Mi è bastato per desiderare di vederlo raso al suolo. Per quanto in tempi recenti ho notato diverse migliorie, tipo i pavimenti ben lavati, i reparti rinfrescati, sicuramente civili, credo che per il rispetto del paziente, ma soprattutto di chi ci lavora specie di questi tempi, andrebbe talmente ristrutturato che l’idea di farlo direttamente nuovo non è proprio peregrina. Rimane il problema di cosa farne di quello vecchio. Abbatterlo e con i calcinacci tappare il buco di qualche vecchia cava? Abbatterlo e con i calcinacci farci una collina per praticare qualche sport? Abbatterlo e con i calcinacci farci qualsiasi cosa che nell’era del riciclo un’idea a qualcuno dovrebbe pur venire?

 

La seconda obiezione: hanno chiuso gli ospedali nei piccoli centri.

E poi si lamentano che si stanno svuotando, mi verrebbe da aggiungere. Da bambina cresciuta a Cori negli anni ’70 non posso dimenticare l’importanza che rivestiva l’ospedale. Un ospedale vero, con la sala operatoria, c’era il chirurgo Fochi, una celebrità dell’epoca, venivano da fuori per farsi operare da lui. considerati questi ricordi non so cosa rispondere. Prendo lo spunto da una cosa detta dal presidente dell’Ance, Pierantonio Palluzzi che ha detto una cosa molto, ma moltissimo più impossibile rispetto alla realizzazione della nuova struttura ospedaliera. Il presidente Palluzzi, infatti, ha parlato di strade come l’autostrada Roma-Latina e la Cisterna Valmontone. Arterie mitologiche, assunte ormai al rango di leggenda, le nostre Atlantidi in pratica. No, tutto è possibile tranne questo. Meglio mettere un eliporto ogni comune, anche nel più piccolo. Un’urgenza e in sei subito al pronto soccorso. Si tratta di costruire un po’ di pedane e di acquistare qualche elicottero. La spesa? Modestissima, rispetto a quanto sono costate le chiacchiere finora.

 

 

Un ospedale da fantascienza, si può fare