La maestra Anna Raya e le visioni del futuro nella scuola di cinquanta anni fa

La maestra Anna Raya e le visioni del futuro nella scuola di cinquanta anni fa

1 Settembre 2020 2 Di Maria Corsetti

In questi giorni di incertezza assoluta sulla scuola arriva, attraverso la pagina Facebook di Fatto a Latina, il ricordo della maestra Anna Raya, insegnante alle elementari di Piazza Dante. È una sua alunna di allora a scrivermi, Rosa Vetta, oggi professoressa di lettere. Manca da Latina da più di trenta anni, e quando si è lontani i ricordi rimangono ancorati a una memoria robusta. Ancora di più se i ricordi hanno scritto pagine importanti nella propria vita. Una volta qualcuno mi ha detto “Chi insegna, segna” parafrasando qualcosa che si dice sempre al contrario “Ciò che segna, insegna”.

 

“…piccole nostre rime…”

Il racconto di Rosa inizia quasi sussurrato e subito si avverte che la storia è importante.

Inizia con un piccolo libro di poesie, scritto dagli alunni della classe quinta sezione B di Piazza Dante, 13 giugno 1972. Tutto battuto a macchina, con ordine, le pagine sono numerate e le rime “…piccole nostre rime…” sono accompagnate dai disegni. Il senso del bello e la soddisfazione di un lavoro fatto bene, un’opera propria di cui andare orgogliosi. Perché oltre alla capacità di scrivere in rima, la scuola insegna molto altro.

Un libro che Rosa ha conservato per anni, ma poi nei tanti traslochi della sua vita, è andato perso. Ma un giorno accade qualcosa di strano, di inspiegabile. Accanto alla sua auto vede, a terra, un libretto che le ricorda qualcosa. Lo raccoglie ed è proprio quel libretto, ma è sicura che quella non è la sua copia. «L’ho raccolto e se ci fai caso – mi dice – in una pagina si vedo

no i segni di una ruota. Non so da dove sia arrivato, ma l’ho recuperato e con lui ho ritrovato tutti i ricordi legati a una maestra straordinaria».

 

 

Un’insegnante dal piglio deciso, rigorosa, riservata. Lungimirante nel suo vissuto professionale.

In tempi di scuola estremamente tradizionale la maestra Anna Raya faceva quelli che oggi si chiamerebbero progetti. Solo che, invece di stilare relazioni iniziali, bilanci intermedi e rapporti finali, aveva messo in atto un’idea, chiedendo ai genitori di contribuire con una somma per poter pagare una docente di inglese. Siamo nella scuola elementare a cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70, i venti di riforma soffiano già, ma quanto tempo ci sarebbe voluto per l’ingresso dell’insegnamento di una lingua straniera nell’età in cui il cervello acquisisce più che apprendere. «Era come – prosegue Rosa – se vivesse il presente proiettandosi nel futuro, che è stato poi il nostro futuro».

La direttrice.

Oggi si chiamano dirigenti scolastici, allora erano direttori, o direttrici alle elementari. Alle medie e alle su

periori erano presidi. Della direttrice di Piazza Dante, Rosa ricorda: «Era una signora molto distinta, elegante, bionda, con i capelli sempre raccolti. Si distingueva, agli occhi di una bambina era una persona molto singolare, dolce, raffinata, molto autorevole. Non ricordo il suo nome, però ricordo lo sguardo, il sorriso e lo sguardo. Forse perché per noi era La Direttrice. E questo bastava».

 

La scuola “Piazza Dante” e l’Inno di Mameli

La scuola a quei tempi era molto rigida, al punto che, continua a ricordare Rosa, «Noi con qualsiasi tempo, tempo climatico intendo, facevamo l’alzabandiera nel cortile della scuola cantando Fratelli d’Italia. Oggi non saprei dire con quale frequenza questo accadesse, se si facesse tutte le settimane o solo alcune, ma sono sicura che, nelle settimane in cui si faceva, i giorni designati erano il lunedì e il sabato».

Ricordi che potrebbero arricchirsi e completarsi, se qualcuno, leggendo queste righe, potesse dare ancora un contributo.

Anno scolastico 2020/2021. Sono giorni strani, con interrogativi e incertezze senza precedenti. Una situazione sconosciuta verso un inizio pieno di punti interrogativi.

Iniziare dal passato, ripercorrere le trame di una storia fatta di persone, può aiutare a gestire un’ansia che si sta incartando in se stessa, stendendo un velo nero su un futuro che, al di fuori di ogni retorica non deve essere nero perché è il futuro di una generazione intera.