Vaccini e i giornalisti del 1961
9 Marzo 2021Questi non sono cahiers de doléances, non ho, non abbiamo, nulla di cui dolerci. Questa è una storia, una cronaca, generazionale. Ci stanno vaccinando, lo faranno a tutti. Si inizia con gli importanti per gli altri, poi per età. Sono giornalista e del ’61. Noi giornalisti ci crediamo tanto, siamo così presi da noi che pensiamo che il mondo senza noi sarebbe muto, la democrazia non avrebbe il sale, sarebbe insipida. Ma? Ma non siamo tra le categorie da proteggere, e a ragione, noi siamo la sovrastruttura della società per dirla con Carlo Marx. Quando c’è dolore servono medici, sapienti, infermieri e preti, non certo narratori, polemisti, appiccia fuoco. Ti rendi conto di come ti sei ridotto rispetto a quando sei partito, quando volevi cambiare il mondo e invece il mondo cambia te.
Per il futuro servono maestri, per l’ordine soldati, per dar da mangiare quelli degli alimentari. Noi, per fortuna noi no.
Poi c’è il criterio della patologia, dell’età. Per la prima non sto male, per la seconda non sono vecchio da poter morire, non sono giovane da essere tutelato a vivere. Quindi? Sto fuori elenco, sto tra quelli che possono rischiare e se cadono senza potersi rialzare non c’è da piangere perché non siamo fragili, ma abbiamo anche vissuto il nostro. E non posso dire niente, trovo tutto così sensato da non avere argomenti contro e aspetto il turno mio, che sarà distante ma tanto che fa.
Eravamo nati che Yuri Gagarin saliva nello spazio, che la Chiesa cercava un nuovo modo di pregare Dio, che John Fitzgerald Kennedy guidava l’America e il mondo. Eravamo fighi al nuovo mondo e nulla ci poteva fermare, ora siamo “varie ed eventuali”. Siamo quel che resta, se resteremo anche noi.
Vi saluto da questa illusione, non servono raccontatori che hanno l’età di un tempo dove domani sarebbe stato meglio.
Nella foto di copertina l’expo del 1961 a Torino


