Il mio cimitero di Sezze dove gli uomini diventano angeli e non c’è posto per demoni

Il mio cimitero di Sezze dove gli uomini diventano angeli e non c’è posto per demoni

20 Marzo 2021 0 Di Lidano Grassucci

Questo articolo mi è venuto ascoltando il rumore troppo, malvagio, su uno dei luoghi più silenziosi della mia vita. E’ in ricordo di mio nonno Lidano, di mia nonna Za Pippa, di Ersilia De Nardis e di mio padre. Per chiunque li abbia affetti, il suo affetto, e la memoria della propria vita. Ho scritto cose terribili, ho vissuto cose terribili, ho peli sullo stomaco. Ma qui, confesso, ho pianto, capita.

 

Non so se è sacro, profano o profanato, ma vi racconto la mia storia. Mio padre, erano tempi ultimi per lui, mi chiede “Accompagnami da nonno e nonna a camposanto”. Gli dico: “e quando?”. Mi accorgo che è stanco, lui che era “capo” e “coda” della sua vita. Sabato mattina andiamo. Sapete che qui da noi quando esce il sole picchia forte, forte da togliere anche il fiato da far chiudere gli occhi. Papà aveva gli occhi azzurri, come il cielo quando le nubi stanno per arrivare, ma fanno piano. Scendiamo, nonno sta alla fine della grande scalinata che porta alla chiesa, loculi addossati alla base di una chiesa. Una lapide ora offesa del tempo, c’è il mio nome sopra e una foto in bianco e nero con l’orecchio disegnato a matita perché nella foto vera non era venuto.

Ma per arrivare lì, bisogna salire, scale grande consumate e sui lati le stazioni della via crucis, quelli che vedi nella processione, quelli che ti fanno cristiano anche se non lo sei, non lo sarai ma è te stesso e non puoi farci niente. Papà sale, piano, ma con l’orgoglio suo intatto. Man mano l’affanno, man mano, il dolore di non respirare. E ci fermiamo, si appoggia al muro. “Ecco, nu minuto”. “Ma che è”. “Niente, fa callo”. Mi fermo e non insisto, non ammetterebbe mai, mai e poi mai di avere il fiato corto. La meta sta oltre l’ultima stazione, la scala fa una biforcazione. Quanto ha patito il Nazareno in questa via che pare infinita quando non hai aria.

Piano, piano si appoggia, ma non a me. Lui è padre ed è a lui il compito di sostenere il figlio, qui il contrario è onta al dovere di stare in questa vita.

Ora siamo davanti a chi ha fatto uguale con lui, una sosta così breve che pare un passo. Capisco, non vuole incrociare lo sguardo fisso di suo padre, per non dover dire “non ci riesco più tata”.

Poi ancora scale, poche, poi un portico, poi la luce eccola la madre, su una tomba. Guarda profeta come era, lui abbassa il capo, indugia, gli occhi si fanno azzurro di più. Si segna la fronte, bacia le mani che hanno segnato. Forse ha parlato. Accanto a lei, a mia nonna, ma proprio accanto c’è un’altra donna che se non mi fu madre poco ci manca, e il caso ha unito, come per caso in questo caso ordinato che è la vita.

Si giro di scatto “mo, iamocenne”. Nel passare indica i nomi di chi significa, ha fatto quel che doveva.

Non saremmo più venuti qui insieme, lui mai più. A scendere era meno difficile, meno fatica.

Ho capito la Via Crucis, ho capito il Nazareno, ho capito perché alcuni posti sono speciali. Non so cosa dicono i preti, come governeranno le cose gli uomini, ma so di certo che qui nascono gli angeli. Ve lo dico perché l’ho visto e sono uno che non crede, non ha il dono della Fede, ma di questo so.

Ho visto uomini entrare qui e angeli uscire dalla medesima porta, qui non c’è posto per i demoni.

 

Foto: Giudizio universale, particolare, Michelangelo