Il miracolo del vino nel parlare di nonno

Il miracolo del vino nel parlare di nonno

3 Maggio 2021 0 Di Lidano Grassucci

Servirebbe un mondo più lento ed io mi fermo. Ho pensato al piacere immenso che mi dava conversare per farlo e il vino per accentuarlo. Conversare senza tema, senza meta per il fine semplice di condividere il senso delle cose, se senso ne hanno.

Conversare di quelli conosciuti, ma anche scoprire gli sconosciuti. Ho vissuto riti quasi religiosi su un laico bicchiere di vino, come se fosse serio il veicolo che conduce alla felicità, alla socialità, all’illusione di vivere diverso.

Mio nonno Lidano diceva tre parole al giorno, poi in osteria beveva e persino cantava parlando a poeta. Strano metamorfosi che io vivevo seduto sulle sue ginocchia mentre mi perdevo a sentire le sue mani di cuoio. Ricordo l’odore del vino che non era esattamente retrogusto di ribes ma vino e zolfo, come a dire che gli inferi e il paradiso quasi si toccano. Il vino non aveva etichetta ma un bollino nel vetro sulla quantità. Quel vino che salvava perché nutriva mentre illudeva.

Da allora lo sento il vino di lontano, lo conosco, lo sento ma non sono mai riuscito a parlare di questo motore mentre premo l’acceleratore. Lo verso nel bicchiere e mi vengono “i versi” di quel contadino paroliere, lo verso nel tavolo e “converso” con mille mondi diversi da me che poi diventano miei. Oggi tutto è corretto, è fatto nel giusto mondo e non sento alcuno dire che si beve per il piacere di farlo senza retrogusti, scuse di chissà quali saggezze, ma per perderle tutte le saggezze.

Ho conosciuto il vino per affetto, per quel bisogno di “nutrire” che avevamo perché il cibo c’era già ma andava “rinforzato” che non si sa mai. Il rosso faceva sangue, il bianco faceva bene e la felicità era un effetto collaterale, una “avvenenza”, una questione del dopo. Ma era il mentre la storia.

Bagnati le labbra, e mi passavano il dito intinto nel vino sulla bocca. Piano, piano come un crescendo verdiano, come lirica.

Il vino era dono di Dio, tanto sole d’estate da conservare nel freddo dell’inverno e doveva sapere della forza del vino. Oggi inorridirebbero davanti a questa generazioni di alcolizzati per crescere, di assaggiatori che riconoscevano le uve e non i ribes, i frutti di bosco e neanche i pantaloni erano vellutati ma di fustagno e in osteria anche i tavoli puzzavano di vita.

Lento il tempo che il vino rubava alla fatica, moltiplicava. Nonno cantava della Ciociara che va a Caserta co na ciocia rotta e l’altra sfondata mentre si tornava a casa piano piano, lento lento, per non farsi male e non dare a vedere che anche questa sera tra l’uomo fatto e il vino aveva vinto lui, il vino. Poi il sonno e la mattina non c’erano più le parole.

Capite che per quelli come me il vino è la parola, e tutto iniziò dal Verbo.

Il vino, specialmente in Italia, è la poesia della terra.

Mario Soldati