Conversando con Vincenzo Zaccheo

Conversando con Vincenzo Zaccheo

13 Maggio 2021 0 Di Lidano Grassucci

Scrivo di politica da tanto tempo, raramente ci ho preso, perché scrivere di cose comuni nel posto dove si vive non è facile affatto e poi conosci le persone e tutto si fa umano, vivo vibrante.

Incontro Vincenzo Zaccheo, sindaco di Latina… pardon “già sindaco di Latina” in un bar, sta lì in anticipo sull’appuntamento. Siamo diversi in tante cose, ma siamo anche di qui. Lui ricorda “Però spesso sei stato ingeneroso con me”. Non lo so, faccio questo lavoro (o facevo?) come posso e come sento, per istinto senza piani di lavoro.

“Questa non è una intervista – dice – ma una chiacchierata”. Ne abbiamo fatte tante, una in più, certo eravamo più giovani, oggi lo siamo diversamente. Certo conosce Latina, ma non i muri, gli edifici, i canali ma le persone.

Considera fuori luogo il modo ed il tempo con cui ha dovuto cessare la sua esperienza di sindaco, gli duole, si sente e certo se entri in logiche di passione la passione amplifica il dolore.

Ma, quando parte a parlare di Latina pare un’onda che riempie con forza l’alveo da troppo tempo secco.

Non si capacità della politica fatta per persone, lui che in io al centro lo ha, ma stava nei partiti, stava nella necessità che avevano i partiti del confronto con altri leader, con i valori, con le esperienze della città. Cita e ricorda Sesè Caldarini. “Un galantuomo” e ne sottolinea la generosità.

E’ una giornata di sole in questo maggio strano.

E parla di partiti, del bisogno di luoghi di elaborazione. Parla della sua idea di città, di un bisogno di senso civico. Lui che è stato di parte rivendica la “disparte” di aver scelto un socialista come Massimo Rosolini a guidare l’urbanistica. “Ho scelto l’intelligenza, la cultura”. Come a dire: avendo io una parte potevo contaminarmi con altre parti.

Ogni tanto gira lo sguardo è sgomento di una città che pare come un vecchio motore che non va su di giri, che non trasferisce forza all’albero motore.

Gli mancano i partiti, probabilmente non sente “destra” nel centrodestra e non vece “sinistra” a sinistra, il tutto in un limbo, in un mondo sospeso dove tutto gli pare uguale.

Parla di marina, di porto, di metro, di…

Non sto qui a fare il bravo giornalista politicamente corretto a essere scorretto ma voglio raccontare sensazioni umane in una umana conversazione tra due diversi che la vita ha incrociato per lavoro.

Non so dirvi se si candiderà o no, so dirvi che si appassiona un poco. Rivendica la scelta di mandare “avanti” Ajmone Finestra nella “presa di Latina”, perchè in quel momento serviva vincere in discontinuità contro una Dc che era stato tutto a Latina, per far entrare una parte, ma per farlo doveva essere “parte” accettabile a chi non era di quell’avviso.

Parla di città un poco nel senso che facevano i fiorentini di Firenze, che per considerala al centro dal mondo la gestivano come fuori mondo.

Non cita mai Damiano Coletta, lo richiama di sponda quando descrive una politica una amministrazione di strategia da un tempo di prassi.

“Oggi governare una città è andare a cercare i fondi,  le risorse. Su questo terreno si misurano i sindaci” e spiega la storia dei ristori nucleari perduti. Si accaloro, la signora del bar lo saluta con cortesia, lui ricambia, fa lo stesso con altre due signore che lo salutano dal tavolo.

Ho sempre pensato che le città diventavano tali non quando avevano case una appiccicata all’altra, ma quando la gente si salutava per strada riconoscendo la differenza di ciascuno in un salotto comune. Faremo strade o porti? Forse basterebbe cominciare a mischiarci, nella bellezza di differenza tutte riconosciute.

La signora del caffè ci dice gentilmente: “chiudiamo a pranzo”, lui si alza e offre.

Abbiamo parlato di Latina ciascuno per la parte che gli compete, la mia è di raccontatore e questo è la foto del fatto, poi racconterò le cose dette, ma in un mondo “maledetto” forse umanizzare non è poi così male. Tra diversi, ciascuno convinto del suo ma che sanno bere un Campari con un poco di succo di arancio.