Le uova delle oche e il mio viaggio a tornare bambino per il miracolo di un dono

Le uova delle oche e il mio viaggio a tornare bambino per il miracolo di un dono

18 Giugno 2021 0 Di Lidano Grassucci

Cinque anatre andavano a sud
Forse una soltanto vedremo arrivare
Ma quel suo volo certo vuole dire
Che bisognava volare
Che bisognava volare
Che bisognava volare
Che bisognava volare

Francesco Guccini, 5 anatre

Questa è una storia di volatili dispettosi o di dispetti con le ali. Una storia certo non di quelle che meritano gravi raccontatori, spiegazioni celebrali, è una storia così, così come è. 5 oche bellissime, bianche, camminano nel cortile del podere, padrone di ogni cosa. Signore e sovrane di questa aia poco vicina alla città ma che resiste, reagisce. Ci incontriamo per caso, io e loro. Era tempo che non venivo qui e pensare che ci sono diventato grande qui, mi ci sono fatto uomo. Certo non erano queste oche ma altre altrettanto intense. Sono fiere, zia mi chiede di dargli da mangiare, lo facevo da bambino, me lo ha insegnato lei, lo faccio allo stesso modo. Il gallo un poco si offende perchè lui non ha coraggio contro le signore dell’aia.

Respiro l’aria dei gelsi, verdi con foglie larghe, il fieno ancora lì per l’ultimo vitellino, poi…

Decido di fare un dono: prenderò due uova alle oche le confezionerò con carta di giornale e le passerò di mano senza ritorno. Un vezzo, una idea, un modo forse di sentire il mio mondo di una bellezza che quando mi circondava non sapevo. Uova di oche in un mondo asettico, pulito, un mondo senza relazione tra l’uovo e la sua creatrice.

Ricordo a memoria i posti delle uova, zia fa la vaga ma sa che so.

So anche della produzione infinita di uova vendute da lei al prezzo di uova Fabergé, spacciate come fossero diamanti. E… adesso che ci penso, adesso che è adesso, sono diamanti ed io ho brama del tempo loro che è il mio.

Nido per nido, ma niente.

Torno il giorno dopo, nido per nido, ma niente

Ritorno, insisto, non mi do persuaso, ma niente

Anzi le 5 oche mi passano beffarde davanti, ogni giorno un barattolo di granoturco queste scostumate. Passano beffarde, il mio granoturco lo vogliono, ma di uova niente e non si scompongono.

Mi viene voglia di tirargli il collo, ma non ne sono capace, anzi non lo voglio.

Avrò le mie uova di oca, caschi il mondo.

Zia ride di me e lei sa perché. Ora capisco, capisco d’improvviso è la bramosia che mi lacera, che fa le oche non mie amiche ma oggetto di brame mie, di avidità che non voglio. Guardo le oche che spostano la testa di lato, sono dispettose come giovani zanzare, ma non si aspettano il mio. Mi avvicino e porto altro granoturco, non voglio le loro uova per forza, ma se sarà per loro dono e farò dono del dono.

Mi guardano stupite, una mi riconosce per memoria di oca in oca, sono quel bambino che faceva finta di non vedere le uova anche se servivano pe la pasta della domenica, e poi zia trovava i pulcini.

Di oca in oca.