Il diario e la strana storia del fauno
8 Agosto 2021L’irresponsabile giuoco di un timido che non si decise a scrivere racconti e che si distrasse nel falsificare e nel commentare storie altrui
Jorge Luis Borges, Historia universal de la infamia
Mi parve di trovare in un cassetto dimenticato un diario mai scritto di una donna che, forse, non ho mai avuto neanche idea di chi fosse o forse mi sbaglio. Mi parve perché non so dirvi, in vero, se sia capitato davvero o figlio di una mia autodistruttiva illusione.
Sta nel non fatto che feci presto a sfogliarlo per la curiosità che hanno i gatti al movimento, gli scoiattoli alla traiettoria del cadere delle ghiande. Misteri dell’istinto dei predatori e della gravità per i roditori.
Leggo le prime righe e rimo le successive. Scrive di un momento del giorno in cui le diede appuntamento, a suo non sapere, un fauno delle feste. Un tipo, non bello per carità, non saggio, per pietà, ma bislacco per la verità.
Lui aveva la facoltà concessa alla fantasia di farsi cosa e non essere se stesso. Farsi qualsiasi cosa e quel giorno decise di farsi libertà per lei. Direte ma come è fatta la libertà?
Cercherò di dire quel che dallo scritto ho capito e forse non ci ho capito niente. Allora fu dura la mattina, pesava la notte aveva dormito di sasso, come se la gravità la schiacciasse al materasso. Aveva pensato di toccare con mano qualche creatura accanto nel creato, ma no, non era ancora ora, a questa ora i fauni sono usi dormire e lasciare le fanciulle alla stessa funzione perché non barano mai nella sfida a farsi amare, con il difetto di amare.
Già, fossero cinici come sono gli gnomi, i folletti, i maghi, gli eremiti, gli estetici per loro sarebbe facile. Ma questo è: i fauni non hanno questo terribile difetto di perdersi un poco.
Tutto scritto china su bianco nel diario, parola per parole. Deduco lei sapesse del limite del fauno, come lui lo sapeva di per se e di lei non sapeva niente. Insomma sbilanciata cosa e cosa disordinata.
Si fece lenzuolo il fauno e comincio a coprirla in tutto il corpo, lei sentiva animato il tessuto e si avvolgeva, poi lo toglieva, soffocava, poi respirava, poi aveva freddo e si trovarono, lenzuolo e donna, a fare uno strano gioco. Lei non voleva la stretta lui stringeva, lei voleva aria lui soffocava, lei voleva uccidere il freddo lui freddava. Fu un tormento e lei, e lui, non capirono il sentimento di quell’intreccio strano che fa un lenzuolo ad un corpo che si destra e che in testa ha una tempesta. Si alzo e mise quel lenzuolo a modo di una tunica romana, il lenzuolo pareva carezzarla non una delicatezza che non aveva mai sentito se non quella volta che un ragazzo provò a baciarla ma nessuno sapeva il mondo e ripresero la distanza. Ma nello stesso tempo la segnava nella pelle come quella volta che sentì l’uomo come forza impertinente e lei prese le redini del gioco vincendo la partita toccando il blu e di lui non fu niente, ma tutta lei come acqua sorgente come onda imponente. Si specchio per capire come indossava quel vestito da vestale, da vergine pura, da… Da lei, è lo ha scritto nel diario.
Si accorse anche che il fauno si era fatto specchio e decise di giocare con il suo desiderio prima che diventasse furore e fece cadere il lenzuolo ora inanimato. Il lenzuolo da basso fece come un corpo che si lascia andare e lei si specchio per intero trovandosi non bella, non desiderabile, ma lei seduta sella falce della Luna a dare spettacolo ad un Galileo che la guardava col cannocchiale. I fauni si fanno anche umani, scienziati o profani, del resto lo specchio riproduce quel che le lenti avvicinano.
Lì, sulla falce della luna, lei si sentiva a suo agio in quel precario equilibrio che se cadeva giù era solo blu, blu notte e volo tra stella e stella. Tra infinito e questo spazio breve di una luna ultimo spicchio prima di diventare l’ombra di se, per poi ritornare ad essere bella.
Cominciò a sentire la pelle, la luce pareva davvero quella di luna. Ora il fauno è uno sparo dalla terra al blu, un cavaliere da ippogrifo, un Verne che fantastico, uno scienziato della Nasa che da Cap Canaveral punta a baciarla, prima o poi.
Non sembrerò vero ma lei, ora, temeva che il fauno si era fatto pelle, muscoli e pensiero perché desiderava sul serio, perché ora lì avrebbe detto sì non sapendo a cosa. Poi pare che i pensieri di fecero estasi evidente come nero di china su foglio branco, prua di nave al mare, traguardo al corridore.
Il diario si fa bianco, pare la china finita. Pare che. Non so mica, resto di sale di questa confessione. Certo è che su un angolo dell’ultima pagina scritta c’è un disegno, un capolettera, una miniatura: un fauno che esce dal bosco, una fanciulla che rimira e fanno un salto, ciascuno il suo, pare a venirsi incontro.
Ma se debbo darvelo per sicuro dico che il fauno ricorda quel tempo e la fanciulla pure. Il resto sono queste parole che vi ho narrato e forse è più che tutto.
A dimenticavo, parlavamo di libertà e spero di avervela raccontata.
Nella foto: Jean-Jacques Pradier, Fauno e baccante 1834


