Pane e alici da Fargiani per berci sopra

Pane e alici da Fargiani per berci sopra

8 Novembre 2021 0 Di Lidano Grassucci

Ogni tre ami
C’è una stella marina
Ogni tre stelle
C’è un aereo che vola
Ogni balcone
Una bocca che m’innamora

Fabrizio De Andrè, le acciughe fanno il pallone

 

 

Certo non era luogo da sommelier, certo non era luogo per palati fini. A dire il vero non era manco luogo da campioni di bocce, il campo era così piccolo che il pallino stava comunque tra i piedi. Fargiani era una osteria come non ce ne sono più, dove l’oste era più un Buddha che una umana figura ed aveva segreti sul vino che agli umani non erano dati.

Ho pensato a lui, a Vincenzo Fargiani, per via di una voglia che mi era venuta, ed era una voglia così povera da essere eccezionale: volevo pane e alici.

Sì, pane e alici. Sapete il pane di Sezze “respira” ha spazi aperti sotto la crosta. Spazi che posta l’alice sopra si rubano l’olio, lo fanno sparire nel loro respirare. Poi un pezzo di carta a salvare le mani, carta che assorbe e fa finire il viaggio dell’olio, il resto è sale, è sale dentro la carne dell’alice che si trasferisce direttamente nel palato. Il tutto per mandare giù quel vinello che aveva sapore di fatica tanto, di vini da sommelier molto meno. Vino che intontiva, che era così sfuso da avere nella foglietta e nel bicchiere l’unico amore con il vetro. La bordolese era roba da chi non beveva, da chi faceva finta di bere.

Prendo il pane, quello che ho, prendo le alici e sulla fetta sistemo quel povero ben di dio. La carta avvolge il loncio e mordo, mi giro a vedere se vedo papà a giocare, Vincenzo con la parananza.

Ho nostalgia di una vita che è stata mia e di un bicchiere che forse per voi non sarà buono ma per me ha il sapore “di vino”Q. Perchè Dio creò il vino, ma una volta fatto dovette creare le alici per porter far bere di più gli assetati figli della fatica.

Mi mangio pane e alici, ma sa di meno e mi esce una lacrima.