Osborn, la pittura-manifesto
24 Novembre 2021In Jacqueline Osborn la pittura si fa manifesto. Legge il linguaggio dei muri, degli effimeri fogli che con la colla pubblicizzano prodotti di cui non abbiamo bisogno ma la loro lingua resta. La pittura nel secolo che ha le immagini retroilluminate dei device, ha bisogno della sua luce.
Lei viene, non a caso, dall’illustrazione e quindi illustra questo tempo partendo dal tempo in cui la standardizzazione del vivere consentiva ancora l’eleganza originale. Consentiva il sentimento da condividere, non la coppia da competere, ma l’incontro per completare. L’incontro complice davanti al mare che è lieve anche se fa freddo, se fredda il vivere soli, si mitiga se…
I due sono di una eleganza anni ’30, quando l’illusione era una ripartenza. Quando l’industria cercava ancora di essere artigiana e l’incontro aveva il sapore di un gelato al limone. I due si incontrano: lei quasi sale su lui, lui si cala in lei. Guardano, ma non si vede, ma lo si capisce verso una medesima destinazione.
Potrebbe essere un poster di una località di mare in cornovaglia, in Riviera, in Costa azzurra, o nei lidi di Rimini, di Versilia, tormentati di Calabria, dal profumo di mandorle di Sicilia. Potrebbe essere una fotografia prima dei selfie scattata dal padrone del locale per farne un poster in bianco e nero.
Potrebbe essere un abbraccio e nulla di altro, le bretelle di lui reggono i pantaloni e lei che cinge i fianchi. Si reggono nell’elastico a croce della vita in vista del suo viaggio.
Donne e uomini eleganti davanti alla vita comunque essa sia.


