Sezze/ Se ti invitano a Setiam e tu ti chiedi del tuo posto “se ti amo”
13 Febbraio 2022Mi invitano alla presentazione di una associazione a Sezze, una presentazione cena o una cena in cui sui parla di associazione. Conoscendo la mia pigrizia mi anche sollecitano, vogliono che veda, che racconti.
Ogni volta che torno a Sezze mi vesto da Lidano, sì un vecchio vizio di tornare bambino e di rifare strade che facevo e che, ora, cerco di ricordare. Puntualmente la mia memoria si perde non coincidendo mai con quello che è. Insomma, mi faccio conservatore. Divento un vecchio signore tarlato di nostalgie.
Il ristoratore della tenuta presentazione è Pino Martufello, è una faccia di quella malinconia (siamo stati compagni di scuola e anche fuori che mi prende), poi mi rendo conto di essere uno dei più vecchi dell’incontro e debbo osservare, capire guardare. Vogliono che un vecchio guardi
Ciascuno ha un tiramento, direbbe Guccini, e nessuno ha un torto.
Parlano. Ora che ci penso il le coste di Sezze le ho fatte in mille mezzi di trasporto: col carretto di mio nonno Lidano, con la Vespa 150 di mio padre, in bici per vedere se arrivavo su (ma non più di una volta), a piedi, poi con la 1100, l’R4 e… Salivo e scendevo, poi qualche nostalgia. Per dire che ne ho sentite tante e di strada ne hanno i miei sandali.
C’è la ragione di Paola Di Veroli, c’è il pragmatismo strategico di Rinaldo Ceccano, l’amore per Sezze che travolge di Franco Vitelli. Io guardo, ascolto, cerco di capire come potrò fare di questo incontro il mio racconto, che poi è il mio mestiere, cosa mi trasferisce.
Chiedono una Sezze senza rifiuti, una Sezze con la gente dentro, una Sezze nella sua storia (io direi nelle mille storie). Una Sezze capace di una funzione e che funzioni. Parlano di università, di Rsa, di cultura, di agricoltura, di sicurezza.
Mao diceva che mille fiori fioriscano e mille scuole gareggino. E viva dio, ma mi sento di dire che
Mi scusi Presidente
Ma questo nostro Stato
Che voi rappresentate
Mi sembra un po’ sfasciato
E’ anche troppo chiaro
Agli occhi della gente
Che tutto è calcolato
E non funziona niente
Uso le strofe di Giorgio Gaber.
Una città dove si vive in villetta, dove si lavora a Roma o a Latina, dove le strade strette dei vicoli pieni di sugo si sono trasferite in villette distanti dove si disperde anche l’odore dei peperoni. Una periferia della periferia eppure, vi giuro è stata una capitale, è stata.
O forse un po’ per celia
Abbiam fatto l’Europa
Facciamo anche l’Italia
Il gruppo si chiama Setiam, secondo me sarebbe stato figo con l’aggiunta di una o finale: setiamo, se ti amo. Aggiungeva sentimento alla sapienza.
E’ l’interrogativo, se di amo, è quello che mi faccio mentre torno alla macchina, passando per i vicoli, e tempo l’incontro col Bobbo, o di essere seguito dalla Femminuccia.
Se ti amo? Mi sa di sì. Se so come amarti? Non credo.
Setiam una voce in più in città che spero diventi un coro e anche con tante stonature.


