Il primo maggio in cui torna Keynes e la dignità. Dedicato a Federico Caffè

Il primo maggio in cui torna Keynes e la dignità. Dedicato a Federico Caffè

1 Maggio 2022 0 Di Lidano Grassucci

Sento Maurizio Landini, il segretario della Cgil, che nel programma “Le parole” dice “e’ incivile un paese dove chi lavora non può vivere del suo lavoro”. Sento Guido Maria Brera che ha pubblicato un romanzo keynesiano che richiama Federico Caffè, uno dei più grandi economisti italiani del secolo scorso, che sosteneva come l’obiettivo di uno stato è la piena occupazione, non l’extraprofitto, che la dignità di chi lavora è al centro dell’etica comunitaria. Ho seguito da ragazzo, affascinandomi, le lezioni di Caffè a La Sapienza di Roma. Poi commentavamo pensavamo, ma il neoliberismo travolse tutto era il successo, era la finanza che avrebbero contato e non le mani, e non il lavoro. Oggi a un mondo diverso penso in cui io non voglio essere consumatore di un prodotto che ha sfruttato cinesi o indiani, ma lavoratore che ha creato anche per gli altri e dagli altri ha comperato lavoro non sfruttato ma degno.

Si chiamava orgoglio operaio, mostrare le mani del lavoro nel giorno del riscatto del lavoro.

Adriano Celentano cantava “chi non lavora non fa l’amore”, guardatelo adesso questo verso nel mondo di Fabrizio Corona, degli influencer del nulla gente che nulla sa per nulla dire e per questo da nullità imitate.

Guardate i capannoni vuoti, le auto tedesche, i manufatti cinesi, le arance spagnole.

Il paese del Rinascimento, dell’arte nelle mani, che sogna di diventare paese di camerieri, di lacchè e ballerine.

Il paesi degli Stradivari, il paese della lirica, che suona ritmi da periferia della periferia americana su strumenti “made in China”.

Il paese della scuola di Salerno, della prima facoltà di medicina al mondo nell’università dove insegnava Galileo Galilei quella di Padova che non ha più medici e richiama quelli in pensione o li importa dall’India. La festa del lavoro è rivoluzionaria nel paese dove la condanna è a consumare cose che non sappiamo più fare.

L’orgoglio operaio che a Torino portò gli operai a difendere la Fiat dalle mani tedesche perché si lottava per il pane e per il lavoro, e portava via le macchine era condannare alla fame. Ora la 500 la fanno in Polonia, la Tipo in Turchia e… Le mani, le mani e fare con le mani è diventato offesa, minorità tragedia.

Sono della generazione, confesso, che aveva nel “rifiuto del lavoro” un tentativo di superare il “riscatto del lavoro”, ma volevamo liberare il mondo dalla fatica per la forza creatrice di fare, non diventare consumatori della fatica dei cinesi o degli indiani.

Questo primo maggio mi metterò il garofano rosso, il maglione rosso e andrò a dire al mio mondo che se muore il lavoro muore il mondo, che non è inevitabile essere condannati a diventare consumatori, abbiamo la possibilità di diventare creatori, di fare quello che fece il carrozziere torinese che battendo le lastre di acciaio fece la Lamborghini e vedendola dopo l’ultima martellata esclamo “cuntach”, che vuol dire meravigliosa, era soddisfatto del suo creare.

Mi direte sono idee vecchie? Non lo so, ma sono certo di non voler essere un inutile consumatore.

W il primo maggio. W il socialismo