L’uomo che non credeva, l’onestà del santo bevitore

L’uomo che non credeva, l’onestà del santo bevitore

10 Giugno 2022 0 Di Lidano Grassucci
Ma come si imparano le cose del mondo? Stando in questo mondo, standoci dentro e trovando alla fine della storia le mani sporche di terra. Guardo le mie mani, le guardo e riguardo, mi riguardano sono le mie ma paiono di un altro viandante al mondo.
Si fermò un signore al bar, chi lo conosceva, lui non mi conosceva e cominciò a raccontare senza che io avessi chiesto o dato a lui udienza.
Lo lasciai raccontare, in fondo chi sono io per stabilire chi mi vuol parlare?
Lui dice che aveva provato ad andare lungo un viale lastricato, una strada romana, una via romana. Si era detto disponibile a fasti imperiali.
Mi pareva scemo, ma cosa mi fregava di tutto questo? Poi come mai avrei potuto fare a verificare? E lui continuava a descrivermi il passo, i paesaggio, il caldo e gli incontri.
Buffone, mi dicevo, fanfarone.
Mi raccontò che ad una stazione di posta aveva incontrato una dea così bella che il guidatore di una carrozza era finito nel fiume per guardare e un altro si era fatto prete.
Fanfarone da bar, io ho ragione e gomito fermo anche se sono al terzo bicchiere di rosso dopo gli altri 23 che c’erano stati prima.
Lui la descrive, che folle, lui la ingioiella, lui forse la rende ancora più bella.
No, no sono io che questo vino non mi fa capire, sono io che lui dice non so cosa, ed io ascolto questa storia che è nata dentro vecchie botti ed io me la sto bevendo, non credendoci affatto.
Passa il tempo e lui parla ancora, dice che il ponte che consentiva di andare oltre il punto più lontano del mondo si era rotto e lui si era fermato lì costretto a tornare sui suoi passi. Mi esce una domanda: ma non esiste la fine del mondo, una sfera non finisce non cominciando.
Eccole le cose del mondo sono punti su di una sfera ed io sono solo sulla sfera e tutto gira.
L’uomo parla fitto, io ascolto seguendo di parola in parola, ed estraggo ogni tanto una parola, lui pensa al suo discorso io capisco che voleva andare e il resto è solo parlare.
Mi alzo lo lascio stare, lui continua. Vado al bancone: “oste della malora, dammi da bere”. L’oste mi riempie il bicchiere, uno che non mi ha mai tradito vendendomi apertamente la morte.
Al tavolo il viandante parlava ancora della sua bella signora, del suo viaggio all’infinito, io guardo l’ora, è tempo di stelle e me ne vado per la mia cattiva strada. Mi ferma e mi chiede: “hai capito?”. Gli dico che va bene e ci sarà l’angelo che spezza le catene. Non oso dirgli che quel viaggio lo avevo fatto e conoscevo la fine. Ma ho fatto finta di credergli, tanto che costa, pago il vino.
P. Cezanne, Due giocatori di carte, 1893 – 1896