Parlare di Ucraina a Sezze

Parlare di Ucraina a Sezze

2 Luglio 2022 0 Di Lidano Grassucci

Che qui si fa l’Italia e si muore
Dalla parte sbagliata
In una grande giornata si muore
In una bella giornata di sole
Dalla parte sbagliata si muore

Francesco De Gregori, Il cuoco di Salò

 

Quanto fa caldo… qui. Qui a casa mia. Qui dove passo vicoli che facevo di corsa, ora arranco. Ho il fiato che mi si toglie, Sergio Corsetti il mio amico mi ricorda se non hai fiato qui devi correre, correre. La salita si fa dura, da bimbo era un lampo ora una via crucis. Ci confortiamo, io è lui abbiamo fatto tutto insieme, ma tutto fino a scoprire il mondo. Ora siamo qui. Avevamo studiato tutte le cartine geografiche del mondo, dall’Istria fino a Kaliningrad, poi il Don, poi il Danubio. E non ci siamo spostati di un metro dal sua garage di via Resistenza, per medi per anni.

Ora dobbiamo parlare di guerra, anche il militare lo abbiamo fatto insieme Granatieri di Sardegna, perchè non eravamo bassi ora ci accorciamo. Siamo sul punto più alto, da qui si scende, chiesa del gesuiti, anche loro gente di guerra contro ogni eresia, anche la loro quando le complessità del mondo gli hanno presentato in conto diverso e si sono fatti cinesi in Cina, indios in America, rigidi custodi del sapere nelle terre latine.

Naturalmente di questo non parliamo, lo sappiamo e il fiato è sempre più corto.

Dobbiamo parlare della guerra in Ucraina, una terra lontana, dentro un museo che conserva cose lontane ma non per distanza, ma per tempo. L’ha organizzata l’Anpi di Sezze, guida i lavori Giancarlo Loffarelli il presidente. La sala è bella, molto bella, era sala di giustizia e forse da lì dovremmo partire. Ma le cose le devi prendere per come vengono.

C’è il sindaco di Sezze, Lidano Lucidi, che si chiede di come la politica estera sia finita, o si sia sfinita dentro luoghi comuni da consumare come un sorbetto e manco con tanto zucchero. Parla poco perché fa una cosa che pochi sindaci fanno… ascolta. Non pensa alla manifestazione della sua erudizione, ma sente le ragioni di un confronto. C’è il sindaco di Bassiano Memmo Guidi. Ora che ci penso eresia socialista, meglio residui di un sogno generoso dove c’era la “futura umanità”

Inizia Paolo Ciampi, uno degli autori della prefazione. Ricostruisce i termini di una guerra che non è facile ma c’è un aggredito ed un aggressore. C’è la prepotenza e la resistenza. Ricorda il patto di Monaco, il primo ministro inglese Arthur Neville Chamberlain che annunciava una pace che non ci sarebbe stata. Annuncia una illusione, l’illusione che il mostro cercava giustizia per un torto subito invece cercava vendetta per una supremazia negata.

Alina Bozhynska è una ragazza di 24 anni, è di Leopoli. Viveva a casa sua, conosce l’italiano per via che lo aveva studiato per due anni, per via che come tutte le ragazze di questo mondo ha fame di mondo amando il suo. Stava iniziando la sua vita: finiti gli studi il lavoro. Ma… suona una sirena l’aereo è nemico o amico? La vita finisce qui? Su e giù nei bunker e un ragazzo, il suo ragazzo che aveva lasciato per le ragioni dell’amore, ora non sa dove è per le ragioni della guerra.

Si commuove, la guerra non è comoda, non è che la puoi spegnere con il telecomando e passi a Zelig. La guerra è morte senza tempo. Le parole fanno difficoltà, la ragazza vive a Sezze con la mamma che è con lei, lavora a Latina sapendo l’italiano fa da ponte con gli sfollati. Si ferma e dice: “ci stanno distruggendo”.

Un altro mio amico Damiano di Tullio che, ammetto, ha il cuore dolce mi scrive: “Lì, me so commosso, non lo tenaria da dice”.  Usa la parola commosso,  gli si è mosso il cuore.

Che debbo dire, io ho scritto di Ucraina non per spiegare una guerra, ma per dire della guerra dentro, di una guerra che cela le nostre vite, che ci ha cambiato e non lo ricordavamo.

Inizia il dialogo con Gianfranco Loffarelli lui insiste sul bisogno di pace, di dialogo, sulle ragioni che non stanno da una parte sola mai. Ha ragione, ha mille ragioni, i popoli hanno l’impunità davanti ai dittatori: ai nazisti, ai fasti, agli imperatori,  agli stalinisti. Ma talvolta si fanno meschini, talvolta sparano pensando che “gli altri” sono meno di “noi”, che gli “altri” ci danno fastidio. Che posso dire, che “non so omo de lite, ma pe lo giusto me faccio accide”.  Dirla con Cesare Chiominto. Sono così, vedo il mio amico Gianni Di Trapano che quando intorno erano feroci, lui si metteva in mezzo non chiedendo se l’amico avesse torto o ragione, ma per il legame che poi corre in 60 anni. E quando il vento del dolore ha cambiato direzione noi abbiamo fatto uguale.

La guerra non trova pace se c’è chi vuole sentirsi meglio e non uguale, se c’è chi ha un dio migliore, una idea migliore.

IL MIRACOLO DELLA PACE NELL’ISBA

Un giorno nella steppa, nelle campagne piene di girasoli gli invasori eravamo noi, ma accade un miracolo

Sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba (tipica abitazione rurale russa). Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria.
“Mnié khocetsia iestj” (“datemi da mangiare”) – dico.
Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata.
“Spaziba” (“grazie”) – dico quando ho finito.
E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto.
“Pasausta” (“prego”) – mi risponde con semplicità.
I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco.

Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve

La pace è questo,  una donna porge la minestra a dei ragazzi e non si chiede altro. Figli, fratelli, fidanzati, amici questo erano e i fucili manco si vedevano.