Un bar di Casablanca

Un bar di Casablanca

14 Agosto 2022 0 Di Lidano Grassucci

Dicono che ci sono fumosi sogni. Sì, dicono che quando sogni vedi locali di piano bar in cui avventurieri, uomini della legione straniera, donne liberate da città pasticciate si trovano come tappe di un viaggio prossimo dimentichi del viaggio sin lì.

Dicono che inizia in questa Casablanca dove anche il tavolo è un spia e la Francia, la Germania, l’Italia sono lontane come le americhe, una danza fatta davanti ad un oceano che vorrebbe fare amore con il deserto.

Lei è seduta davanti al bancone, lui fuma sigarette spagnole e il pianista fa quel che può, mica siamo a Parigi.

Lei ha occhi puliti, abito per l’occasione e cerca solo di ammazzare il tempo prima della partenza del torpedone destinazione che viene. La sua è una bellezza forte, che la guardano anche le altre donne, la sua è una bellezza che conosce il tempo ma ne fa seduzione. Come se vestisse in una sera d’estate tutte le sue emozioni.

Certo lui ha il cappello, ha i modi che si capisce che sta servendo qualche patria lontana e di quella patria ha modi ed educazione, ma è duro come ogni uomo d’azione, in azione.

Ma questa non è una sera di queste, l’ufficiale francese ancora non ha scelto se De Gaulle o Petain, la Francia è lontana, ma anche lui la guarda come se la Senna l’avesse accuratamente accarezzata, lavata.

Nel bar ci sono altre avventure, ma lei profuma.

Ora si avvicina al pianista e cerca canzoni francesi che intona segnando con il corpo ogni nota presa un poco sotto.

Poi con indifferenza pare guardare lui, invece cerca se stessa e canta. Lui è come lo spillo con la calamita e resta imbambolato, lui che ad Algeri rubò il fiore più bello al signore più ricco del Rif.

Vanno così le cose, lei lo fissava cercandosi, lui pensava di essere cercato in quello sguardo e guardava. Le ordino un pastis che fece posare sul tavolo davanti alla sedia vuota del suo tavolo per due.

Il pianista chiese respiro, lei si allontanò dal piano e si sedette al tavolino. Non parlò, non fece altro che prendere con mani affusolate il bicchiere e dire “grazie” in italiano…

Per un tempo che in quel tempo fu infinito divisero la stagione di un attimo. Certo ci fu silenzio in questo tempo, silenzio che dava il tempo alle due anime di parlarsi, di accavallarsi.

Sorseggiò il suo pastis, lui fece uguale. Dicono che sentirono tra loro un forte sapore di anice, in testa il cielo del deserto, il vento dell’oceano e il sahara caldo come…

 

Il quadro:  Willem Haenraets, Bar