Nonno per chi voti? “Per te”

Nonno per chi voti? “Per te”

24 Settembre 2022 0 Di Lidano Grassucci

Si mise l’abito buono, prima si era lavato con il sapone di Marsiglia. La barba con il rasoio affilatissimo era andata via per lasciare la pelle respirare.

Si mise gli stivali, calzoni alla cavallerizzo. Neanche una parola. Si sedette a tavola, davanti la tazza di caffè che fumava. Tutto era silenzio intorno. Il cucchiaino nello zucchero, uno che di più fa male. Lo girò con calma nella stanza il rumore del metallo e la tazzina.

Girò una, due, tre volte. Poi, bevve con soddisfazione.

Si alzo, ritto prese il cappello lo strinse dalla parte dove si sagomava, lo portò alla testa mettendolo leggermente di lato. Prese la scheda dal cassetto, si girò e disse “vado”.

Altro non si doveva dire, lui era il capo.

Il “vado” era come un ordine senza possibilità di discussione, lui sarebbe andato gli altri sarebbero dovuti andare, uno alla volta. Mai detto come fare, ma l’esempio che si doveva fare.

Non dava altri ordini, l’indicazione non era un ordine, un ragionamento ma l’esempio. Non servivano le parole.

Era uomo da una sola parola, mai dette più di due.

Era testardo come lo sono i sassi, era senza repliche come la vita. Non aveva mai ragioni, ma dovevi fare le cose come dovevano essere fatte. Non aveva mai obbedito ad un ordine, per questo non ne aveva mai dati.

Lo vedevano passare, salutava alzando il capo, mai togliendosi il cappello. Salutava salutato, mai, dico mai, per primo ma dopo essere stato rispettato. Ora era lui, come lui per primo aveva salutato chi andava salutato prima di lui.

Si presentava alla fila, stando in fila. Guardava tutti, tutti guardavano lui.

Scena da film western di Sergio Leone, del resto lui ai cavalli non sussurrava ma ci parlava direttamente alla pari, e al torto non si degnava. Perché mai penso nulla dispari da lui, ma mai nessuno a contare prima di lui.

Entrava, firmava sul librone con grafia tanto innocente quanto era testardo per ogni cosa del mondo.

Pochi minuti dietro il separé che faceva da cabina, la matita si sentiva fare una linea, poi l’altra, calcata perché non si potesse confondere alcuno. Nessuno osava come non si osa in Chiesa alla messa di Nostro Signore.

Piegava la scheda per il suo verso, usciva e la metteva nell’urna. Cappello in testa mai tolto neanche un minuto, sarebbe stato più basso ma per questa cerimonia era come un granatiere davanti alla storia anche se non ne aveva la statura certo era quella la postura.

Usciva ed era finita, non badava al risultato, non diceva della scelta ma restava nel suo esempio.

A chi votava non l’ha detto mai, ma nessuno ha dubitato mai.

Una volta rientrato: prendeva il falcetto, la batteva sull’incudine da falciatore per fare la lama affilata, affilata da rasoio, la batteva con il martello. Lo batteva fino a che l’incudine non affondava a terra fino al suo livello, il confine che separa la giustizia dal sopraffare, quel punto dove l’uomo ha il dovere del levare e la falce non taglia il grano.

Lo faceva affinché si ribadisse il rito che c’è un limite all’ingiusto e la lama non era andata mai in ferie dal tempo del berretto frigio.

Nessuno gli ha mai dato un ordine.

Un giorno gli chiesi “ma per chi voti?”.

Nonna alla stessa domanda mi raccontava di Dio e della sua misericordia, di salvezze e di inferno. I libri mi raccontavano mille storie con tanti eroi che ci riempivi una testa di bimbo fino a quando uomo sarebbe andato al suo destino.

Lui no, lui aveva massimo due parole per dire. E neanche quella volta arrivò a tre, lui mi rispose: “per te”.

Valla a capire la mia gente, io non mi sono mai capito per quella malagenia che che ho dentro.

Domani mi farò la barba, indosserò l’abito buono, profumerò di sapone di Marsiglia…

ma sono marcio dentro ormai e piango