Giornalai e Alzheimer, ci vorrebbe più teatro nella vita. Sul palco con Irma Ciaramella

Giornalai e Alzheimer, ci vorrebbe più teatro nella vita. Sul palco con Irma Ciaramella

22 Gennaio 2023 0 Di Maria Corsetti

«Lasciamo perdere, sono giornalai». Mi è capitato spesso di sentire così appellati i giornalisti e mi sono sempre indignata per i giornalai. Un lavoro onestissimo, svolto in edicole, scatole di latta in mezzo alle intemperie. Aperture a orari infami, e va bene finché ne vale la pena. Travolti dalla crisi, dal mondo che cambia, da incassi che non ne vale più la pena, da furti. E sentire il loro nome utilizzato come un insulto.

«Sei un mongoloide, scemo di guerra». Per un po’ è andato di moda l’autistico, anche il focomelico ha conosciuto i suoi giorni di gloria, cafona senza alcun senso, quindi cretina.

Si sente molto spesso, è capitato anche in contesti più formali di una chiacchiera da bar, dove ci sta male lo stesso, un «C’hai l’Alzheimer». Che se nei paraggi c’è qualcuno con un familiare che vive questa condizione posso immaginare che desiderio, immorale ed estremamente legittimo, gli cresca nell’animo.

Ci vorrebbe più teatro nella vita. Il teatro che ci racconta, che ci fa soffrire e ridere, che ci lascia un pensiero sul quale riflettere. Che ci costringe ad abbandonare il telefono, quando è vietato fare le foto e non c’è neanche la scusa per dare un’occhiata a whatsapp. Ci vorrebbe più teatro, non quello trascinato per forza, non quello perché c’è uno spazio che si chiama teatro.

Riflessioni che mi concedo, fermandomi. Riflessioni nate e cresciute in settimane vissute di corsa, con il pensiero a uno spettacolo che ha superato la barriera del tempo della rappresentazione. Uno spettacolo al quale vorrei assistere almeno altre due volte: una bendata e l’altra con i tappi alle orecchie per coglierne tutte le dimensioni.  Uno spettacolo che deve essere rappresentato in un ambiente raccolto, la distanza ingenererebbe il dubbio che sul palco non ci sia una, ma tre interpreti, che si ricorra alla tecnologia. Un volto bellissimo, sfigurato dal dolore un secondo dopo, per poi trascendere nell’angelico, ridiventare umano. Nelle parole ricordi che si mischiano, angoli della memoria che schizzano in un vortice.

Dall’altra parte il pubblico. Sbigottito, come un familiare. Amore, ma quanto si può amare un corpo che risponde a input sconosciuti. Quanto conta quella vita? È vita quella, priva di un susseguirsi secondo logica? C’è vita in quei frammenti di vita che affiorano? In un corpo a briglia sciolta di cui sono rimaste solo le strutture, il resto sono buchi attraverso i quali si rincorrono testimonianze disordinate e si crea il presente.

La ricerca, trovare la bellezza in un percorso di tragedia. Tra le maglie di una gabbia il segreto della potenza di un cuore che batte, di organi in forma, dell’essenza di esistere. È necessario ripetersi che sul palco c’è un’attrice e tutto è finzione mentre si racconta la verità.

Ci vorrebbe più teatro nella vita. Per conoscere prima di parlare. Per riappropriarsi di una dimensione sbigottita, educata, capace di parlare.

 

Conta che passa la pazza” è un atto unico di Irma Ciaramella che lo porta in scena con la regia di Francesco Maria Cordella, che ne cura anche l’allestimento scenico, le luci e la musica. Ha debuttato a novembre 2022 al Teatro Porta Portese di Roma.

Costumi e produzione: ACTS Theater

Assistenti alla regia: Ottavia Orticello e Assunta Pariante

Foto di scena: Pino Le Pera