Scrivere alla maniera della musica

Scrivere alla maniera della musica

29 Luglio 2023 0 Di Lidano Grassucci
Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che già visto, vedere in primavera quel che si è visto l’estate, vedere di giorno quel che si era visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già fatti, per ripeterli e per tracciarvi affianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio sempre
José Saramago
Mi presi un tempo mio e il mio tempo è pensare davanti ad una tastiera. Debbo ringraziare la tastiera avendo una calligrafia pessima, debbo ringraziare la tastiera che quando scrivo ho l’illusione di saper suonare il piano. Avrei voluto, lo confesso, costruire ponti. I ponti collegano mondi che altrimenti sarebbero lontani e aiutano quelli che stanno di qua e di là dal ponte stesso.
Io? Ecco sono musicista senza sapere di note e stonato pure nel pensare. Sono coinvolto in questa vita perché capovolto. Decido così di scrivere senza ragione, come si suona per suonare. La storia è una venatura del legno, una dimensione del marmo che nascondeva una Madonna, un Cristo morto o una forma per formare la vista in una piazza.

Mi fermo, dovevo vedere gente, ma non la vedrò. Dovevo parlare di cose coerenti, ma invece no. Penso e scrivo le dita vanno da sole sui tasti, penso fitto in italiano e così viene tal quale qui, ma mica si capisce uguale.

Dalla vena delle parole vedo danzare, vedo angeli, vedo bambini giocare. Vedo il film di una vita che si ripresenta ed ogni volta con nuove assenze e presenze arrivate chissà da dove. sento fili ancestrali, cose, persone, che popolano la via e lasciano tracce. Cose uniche e non mi riescono le storie solidarie, non mi riescono le cose non popolate. Ed ecco i ricordi, eccoli che vengono le storie di cose mai viste, straordinarie.

Storie dove c’è una cosa a cui dovevi credere per la sua impossibilità, illogicità. Le mie anziane istitutrici, nonne e zie, mi spiegavano il fuoco evitando di farmi bruciare, ma poi, inevitabilmente, mi parlavano di presenze, buone o cattive, che si dovevano palesare. I bimbi hanno sempre occhi grandi all’educazione ed io non ero da meno e del fato ci capivo poco.

Poi, è venuto lui di persona a dirmi personalmente che della mia ragione non c’era torto perché non esisteva e mi sono trovato a parlare serio con una stella, ad arrabbiarmi con un drago a fare un dispetto ad un folletto e a camminare con la fata dei boschi.

Vi avevo premesso che questa roba è venuta da sola, il senso lo trovate. Io? Arrotolo e faccio gomitolo di un filo lungo, lungo che ora si fa perfetta sfera e ci sto parlando.

Quadro: Henri Matisse, music 1939