Gaeta-Latina, il mio personale derby e quella nave grande… americana

Gaeta-Latina, il mio personale derby e quella nave grande… americana

12 Ottobre 2023 1 Di Lidano Grassucci

Non sono un tipo “in movimento”, sono un contadino che ha bisogno di radici della puzza della terra.

Quelli che capiscono di vino userebbero, per descrivere il mio attaccamento, la parola terroir .

Per questo i miei viaggi sono brevi, pochi, pieni di malinconia. Quando vado altrove mi manca sempre il mio che non è mai l’altro.

Gaeta dista da Latina poco, 72 chilometri. Un viaggio breve, forse brevissimo, ma per me un “viaggio”. Ci andai la prima volta con la mille e 100 di papà, Fiat 1100, color carta da zucchero. “Una signora macchina” a detta del genitore che non cambiò mai opinione in proposito, considerando tutte le altre vetture come sogni non riusciti. Le macchine erano due, noi in 4, mio zio Benito con i suoi totale altri 4.

Si parte, per chi è di collina già il diritto inquieta per il sano bisogno di curvature. La fettuccia di Terracina è una linea infinita dritta come un fuso. Sul sedile posteriore del mezzo guardavano la terra che lasciavano che diveniva terra da abbandonare chilometro dopo chilometro. A Terracina (la galleria non c’era) sfioravi il mare e passavi in un altro modo. Sperlonga, le gallerie, la Flacca che era così esotica, così moderna, come oggi i grattacieli ad Abu Dhabi. Gallerie, ma chi le aveva mai viste. Poi la piana di Sant’Agostino che il mare lo potevi toccare e… Gaeta. Respiravi la storia e una nave grande, grande come 10 palazzi insieme che batteva bandiera americana, il mondo veniva da noi.

Avevamo perso le parole, non era bella, non era brutta, era un altro mondo. Vedevo le batterie italiane che da Formia sparavano per dare il colpi finale ai sanfedisti, e il loro Re che mentre si moriva mandava a prendere il pesce fresco a Ponza, come si sta in villeggiatura. Dicono che quando il figlio di Dio è venuto meno tre montagne si sono aperte, come mani per raccogliere sudore ed una era davanti a noi. Spaccata, come strappata dal suo stesso dolore. La rabbia del padre pe la morte del figlio era una fenditura. Un turco tempo dopo disse che non c’era vero, che le montagne sono sono di burro e la sua propria mano affondo nella pietra viva.

Vi immaginate i miei occhi a vedere cose mai viste, cose straordinarie, fortezze come quelle dei libri sui pirati.

Da mangiare era al sacco e il tempo tiranno, non doveva far notte per stare a casa. Gaeta era di facce piene di sale, di gente che non restava ma andava per mare, curiosa di quell’orizzonte che a me faceva paura, a loro era viaggio fino a terre più lontane di ogni lontano, fino al Canada e anche più in là. Ma chi è sto Caboto? Uno che ha girato un poco.

Mi portarono, per finire, in una cappella tutta d’oro. Vedendola pensai che Dio avesse dimenticato di spegnere la luce in quel posto. Un signore mi disse che il Papa quando scappava da Roma veniva qui a pregare il suo ritorno. In questa bellezza pensò alla purezza dell’immacolata che aveva concepito.

Poi da più grande ho capito che a cacciarlo eravamo stati noi che non volevamo alcun ritorno, ma la repubblica. Ma questa è storia di uomo. Io oggi ho voluto dirvi cosa è per me Gaeta, la prima capitale che ho conosciuto dopo la mia, Roma.

Così andò l’incontro tra me e Gaeta senza mai pentirmi di averla presa a cannonate.

Città della cultura? Tra Latina e Gaeta? Come dire ad un bimbo se vuole più bene a mamma o a papà. Latina è comoda è la mia città e si vive larghi, ma Gaeta è bellissima quasi come Venezia.

Vi ho descritto uno dei tre viaggi che ho fatto con mio padre, l’altro a Sabaudia ed uno a Milano per portare l’auto a mia sorella. Capite che per me hanno un valore iperbolico. In totale in questi re viaggi ci siamo scambiati 12 parole.

I posti della vita ti segnano per quel che sono per te. Poi in un solo posto al mondo c’è scritto su una lapide Lidano Grassucci… ecco quello non è capitale, non è città, non è bello o brutto, non è colto o incolto è il mio posto.

 

Nella foto la Cappella d’oro a Gaeta