Ritratto a parole di piazza del popolo
22 Ottobre 2024Passo davanti al Comune di Latina tante volte al giorno, per il piacere mio di gustarmi una città. La piazza si presenta come l’ hanno fatta sin dall’ inizio: uno spazio aperto davanti al sole.
Piazza del popolo è un tempio solare, e’ una pista di atterraggio dei raggi solari, non è umana ma esoterica (almeno in questa dimensione si salva) . Fortuna che verso l’una ragazzi coraggiosi del Classico e di ragioneria l’ attraversano con la Forza di essere giovani. È una incursione di vita nell’esoterismo vuoto.
La fontana, della piazza, dovrebbe avere zampilli che sbattono all’ intorno alla palla e invece, si “fermano” mezza ora prima.
Davanti al Comune consiglieri comunali indaffarati fanno crocicchio e ogni tanto qualche impiegato a passo lesto, ma niente altro.
Mancano i cittadini
Un Signore indiano chiede, in inglese, dove sta l’ufficio di polizia per lui, facile da indicare qui tutto è lineare. Almeno chiede
Nulla di altro, nulla di più. Nei bar si mangia, escono da “tane” urbane un manipolo di affamati, quel che resta di una città.
I negozi paiono anch’ essi distratti e la passeggiata è astratta. Qui ci si conosce tutti, siamo una compagnia stabile di comparse rimaste senza pubblico. Un vecchio distributore di carburante continua ad invecchiare senza la dignità di aver servito motori di una città che si sognava ricca. La scala dell’ ex tesoreria comunale in viale Diaz è desolata e diventata un grande cestino dei rifiuti, muore così senza lamento. Le persone sole cercano qualcosa, di pregare il sole. Il palazzo comunale è un Moloch da cui escono soli sogni piccoli. Ma non è questione di ora ma questione di allora, una storia lunga una via.
L’ orologio della torre comunale per non adeguarsi va avanti di un quarto d’ ora, qui manco il fuso orario è uguale. Così è questa mattina, come ogni mattina. Non pioverà oggi che, se piove, almeno l’ acqua muove qualche cosa. Strisce blu segnano parcheggi virtuali, cartelli stradali dimenticati governano un traffico che non c’è. Poi dicono che rimpiango le mie montagne, ma qui cercavo la velocità, la vivida idea di un mondo nuovo. Ho trovato zampilli che si fermano mezza ora prima della palla a cui dovrebbero dare da bere, come un viaggio co una Tesla che finisce la batteria mezza ora prima della meta.



Nel tono mesto e disincantato di questi editoriali ritrovo il medesimo malessere che provo anche io ogni volta che torno in questa città maledetta, città dove sono nato e cresciuto ma che ho abbandonato (anche se per spostarmi di appena 60 km) e che alla soglia dei 40 anni non riconosco più. Che sia invecchiato male Io? Che sia invecchiata male lei? O più probabilmente entrambi…
Una malinconia evocata da immagini icastiche di dissoluzione e putredine, che più che ai romanzi di Pennacchi fanno pensare alla Dissipatio H.G. di Morselli.
Hai voglia a ripetere che le critiche a Latina sono sempre i soliti cliché: l’impressione è quella di attraversare una città fantasma, popolata da spettri. Le Furie, quasi come quelle di Piovene, ma se non altro la decadenza vicentina si portava dietro un carico di Storia e Cultura che qui, nonostante i proclami, continua a rimanere in potenza.
Ammiro sinceramente l’entusiasmo e la fedeltà, financo il campanilismo, di chi continua ad amare e a difendere questa città nonostante tutto e tutti, io ci ho provato ma alla fine ho dovuto issare bandiera bianca.
Basta.
Latina non si sveglia