L’olio e l’infermiere indiano: quando il made in Italy parla hindi
7 Novembre 2024Vado a raccogliere le olive, una sorta di piccolo rito. Le nostre campagne, lì dove il piano si alza e iniziano i lepini, sono regno di leccino e itrana, da sempre segno della civiltà dell’olio greca, latina, mediterranea.
Così da sempre, qualche pianta, poco latifondo ma… ora tra gli ulivi pare di stare a Mompracem. Spuntano con sbattitore di serie uomini che sembrano usciti da un libro di Salgari.
Sono indiani hanno occhi nerissimi, non parlano, e forse è la prima volta che vedono un ulivo. Le olive cadono sui teli, sembrano una grandinata, di italiani siamo in pochi. Il caposquadra è tunisino, diranno che sarà un vanto del made in Italy, del nostro food (come leggete anche le parole sono extracomunitarie in quanto inglesi).
Dicono, chiudiamo le frontiere. Poi Trump “importa” voti ispanici per vincere l’America. Che tempi strani in cui nulla è come appare, tutto è così… lasciato andare.
Al frantoio non parlano corese o sermonetano, la in uno stentato italiano l’indiano segna l’olive della consegna e si mette d’accordo per ritirare l’olio.
Sto qui non mio angolo di mondo, non mi sono spostano neanche di una misura (come Salgari dalla sua Torino) eppure il mondo sta venendo da me e non posso averne paura. Raccontiamo paurose storie di efferati delitti, ma ci sono silenzi di storie normali.
In Tv un infermiere indiano venuto a lavorare da noi dice “lavoro qui in Italia, in India prederei 200 euro al mese, qui ne piglio 1300. Ho migliorato la mia vita“. Poi si ferma e spiega: “certo capisco il mio collega italiano che va all’estero dove l’infermiere prende 2000 euro, vuole migliorare la sua vita”.
Ecco il motore del mondo. cercare di stare meglio di come si sta che è accogliere la sfida per la vita e se un uomo cerca il meglio non lo ferma nessuno.
Poi quando sta meglio vota Trump per “difendere il suo meglio e scacciare del peggio anche il ricordo”.



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