Latina 100 anni senza una lingua d’ amore
22 Novembre 2024Si parla tanto dei 100 anni di Latina, cosa buona e giusta. Si studiano mille iniziative. Faranno pure un festival dell’ architettura del ‘900, come possano le case fare festa non lo so, ma va bene .
Però mi domando: cosa rende qui tristi cose che, altrove, sono vive? Ho visto la festa della macchina di Santa Rosa a Viterbo ed è vivissima, ho visto i riti della passione nei nostri comuni e sono ricchi di suggestioni. Qui nulla.
Poi, durante una conversazione (le conversazioni sono maieutiche, ti tirano fuori cose a cui all’ inizio del versare insieme manco erano contemplate, poi dipende dai conversanti), mi chiedo ma in Comune a Latina durante il Consiglio qualcuno ha mai fatto una battuta nella sua lingua? Non intendo l’ italiano comune a tutti ma il veneto, il friulano, il setino, il corese, o il cisternese? Ci penso e non mi viene, non ricordo, non rammento. Ecco che manca qui, non la festa muta dei muri (architettura del ‘900) ma la voce delle lingua madri.
Madri, badare bene, perché non sono lingue pubbliche tramandate per rigore culturale, ma lingue d’ amore tramandate per affetto.
Putteo, mammoccio, uttareglio sono il medesimo dire in modo diverso dello stesso amore.
Ma in consiglio comunale nessuno lo rivendica e tutti parlano di bimbo e qualcuno pure in inglese dice boy.
Ci si vergogna di un amore. La cultura qui è pesante, grossa ma fa cerimonie, adunate e’ fredda tanto che non ama. Andavo a comperare il giornale all’ edicola Soldi di piazza San Marco e li le signore parlavano tra loro in friulano, una lingua difficile lontana da ogni altro, poi sentivo la parlata di nonna con le mie zie in veneto, così dolce.
Possibile che a nessuno in Comune gli sia arrivata la necessità di usare la sua lingua madre? In consiglio comunale a Latina sono tutti orfani (linguisticamente parlando) . Quindi non c’è amore, è bandito per silenzio. In consiglio comunale ci sono lepino-parlanti ma quelle lingue sono bandite. Rinneghiamo la madre, do atto a Cesare Bruni di rivendicare la sua origine rocchitta (di Roccagorga) ma è solo e incompreso: un maori alla corte della perfida Albione ( per farlo contento). Cosa farei io per il centenario? Libererei la lingua, farei insegnare dai nonni ai bimbi i suoni da cui vengono, li renderei orgogliosi di un posto dove non ti chiedono in che lingua hai salutato ma rispondono al saluto. Qui puoi gustarti Goldoni e De Filippo, leggere del mondo di Antonio Pennacchi ma sapendo di Cesare Chiominto. Puoi mettere i carciofi sulla polenta e vedere l’ effetto che fa e uno se ne uscirà dicendo ” ma la falia con i broccoletti è meglio”.
Latina sarà città quando nei banchi del comune i confronti saranno una Babele di lingue e non una falsa impostazione di silenzi ma in italiano.



…questa città sconta il peccato di essere nata da una imposizione dall’alto, non per una intima esigenza di stare insieme per proteggersi a vicenda…è cresciuta, dopo la guerra, per la liberazione, lecita e non, di ogni appetito, richiamando chi, come mio padre, aveva solo le mani per ritagliarsi un posticino al sole, salvo poi, una volta in pensione, tornare al proprio paese senza un minimo di rimpianto o nostalgia…mio padre diceva sempre che a latina, dopo le 8 di sera, puoi mitragliare in città senza ferire nessuno…ecco…a me latina sembra un gigantesco posto di lavoro da riempire la mattina alle 8 e svuotare la sera alle 5…