Omaggio a Di Cocco che fa parlare i preti e riscoprire radici
24 Febbraio 2026Che città è Latina? È una città-protocittà: una realtà che sta ancora diventando città. Latina è un gigante che si percepisce piccolo; è adulta, ma si sente bambina.
Nulla però è perduto. Rendo omaggio a Gianluca Di Cocco che, celebrando il Carnevale in Quaresima, ha svegliato i preti — attraverso il Vescovo — e ci ha spinto a riflettere sulle nostre radici, quelle che scandiscono il calendario e danno senso alla vita.
Certo, si può leggere tutto attraverso la dicotomia festa riuscita o festa fallita. Ma si può anche comprendere che la festa non coincide con il vivere: ne è solo una parte, e include anche il tempo del soffrire. Occorre avere un giovedì grasso, ma lo si comprende davvero solo se segue il digiuno della Quaresima.
Di Cocco ha fatto da lievito a una nuova consapevolezza della nostra identità. Il Vescovo, poi, ricorda che non può concedere né negare permessi, perché Cesare non è Dio e Dio non è Cesare. Eppure i preti restano depositari dell’identità profonda di una comunità, custodita nelle coscienze.
Nel Giovedì Santo ci sono i sepolcri; nel Venerdì Santo il velo squarciato; la domenica il sepolcro è aperto e Dio è risorto. Risorge perché muore.
Ecco: Di Cocco ci ha ricordato che siamo umani e, tra gli umani, cristiani — tanto che alcuni, come me, lo sentono così profondamente da non avere fede.


