Non vorrei essere giudice
15 Marzo 2026Scrivo, ormai poco. Scrivo di ciò che vedo nel mondo pubblico. Poi, nello stesso tempo, vivo. E vivere è un fatto di carne e ossa, sulla pelle, tra dolore e piacere.
Vivo in questo mondo dove non vorrei mai essere il giudice, quello che traccia il solco tra il bene e il male. Non conosco il bene assoluto, conosco, invece, l’inevitabile male che è dentro la vita. Per restare in vita muore un pollo, un maiale, un agnello, un vitello a cui rubiamo anche il latte. Vivendo si fa del male. Ma è terribile il male deliberato, cercato, provocato con coscienza.
Seguo la questione del referendum sulla giustizia e mi immedesimo nell’accusato: davanti a sé ha due uomini. Uno lo ha già giudicato, il pubblico ministero; l’altro lo giudicherà. Lui, l’ accusato, sarà solo con la propria coscienza.
Lui può spiegarsi, ma non può spiegarsi con chi già sa, o presume di sapere.
Si è soli davanti a una montagna impossibile da scalare.
Se il reo è Caino, allora tutto funziona: è destinato alla sua punizione.
Ma se è innocente?
Ecco, se è innocente?
Capite perché non posso fare il giudice.
L’innocenza è una possibilità, non un errore da evitare per la certezza della condanna.
Il dubbio resta: e se il cattivo fosse proprio quello che non appare?
Se poi l’accusa ha già concluso le indagini, ha già raccolto dolori che cercano un colpevole, e il giudice ti guarda e pensa: “hai la faccia da gaglioffo”… allora la sentenza è servita.
Ma se fosse sbagliata?
Il nodo non è la verità della giustizia — che certo arriva, col tempo che le è necessario — ma il dubbio. Se il dubbio non esiste, produce mostri.
Certo, davanti all’accusa, al giudice, alla difesa e al reo c’è la vittima: chi paga comunque il conto. Ed è questo il dolore più grande, assoluto. Diventa ancora più assurdo se il fatto non c’è stato, se quel dolore — realmente percepito — nasce da qualcosa che in realtà non è avvenuto.
Ecco perché, nel gioco del vivere, quando si parla di carnefici e di vittime, credo che prima di tutto bisogna guardare ogni attore nella prospettiva dell’umano: quell’umano che è lupo, come dice Niccolò Machiavelli, ma che molto più spesso è agnello — un agnello che non può né vuole fare male e che, anzi, rischia di essere il prossimo pranzo.
Non vorrei essere un giudice, non vorrei essere assassino senza morto, anche se intorno a me si muore.
Se fosse innocente? Capite perché ogni aggiunta al pensare del giudicante mi viene di bisogno.


