La Città che Sedimenta: oltre il mito di Littoria. D’Erme ha ragione
21 Aprile 2026Leggo un intervento di Francesco D’Erme sul centro storico di Latina, pubblicato ieri su Latina Oggi. Di fronte alla retorica che ciclicamente riaffiora tra gli architetti sulla “perfezione razionalista” di Latina (loro, però, preferiscono chiamarla Littoria), D’Erme spiega come l’impianto originale fosse quello di un borgo rurale. Ma dopo la guerra, la realtà esigeva una città da boom economico.
Quindi? Gli innesti di edifici nuovi non sono “bestemmie” architettoniche, ma evoluzioni temporali. In soldoni: la Standa era più necessaria di un cinema che, peraltro, era modesto già all’epoca. Serviva un grande magazzino con le scale mobili e le cassiere, non un luogo per proiettare i cinegiornali Luce. Serviva l’altezza per una città che guardava verso l’alto, seguendo il mito americano e il modello del Grattacielo Pirelli.
Non si è trattato di scempio — parola che non dovrebbe esistere per definire lo scorrere del tempo — ma di un’evoluzione necessaria. Latina si trasformava da contadina a industriale: si andava a lavorare in fabbrica e la Cassa per il Mezzogiorno finanziava opifici, non campi di carciofi. Gli spazi urbani mutavano di conseguenza. Erano necessari i busti a Mazzini e Garibaldi, non le case per contadini ormai sfrattate dalla Storia.
La nostalgia del “si stava meglio prima” ha fatto il resto. Non pretendo di avere ragione, ma l’idea di una città che sedimenta mi convince molto più di un “orologio urbano in retromarcia”. Del resto, se nasci futurista, il cambiamento è nel tuo DNA. Conservare è un esercizio da conservatori; D’Annunzio sfrecciava in Isotta Fraschini, mica rimpiangeva il calessino.


