Secci e i figli, Archidiacono: neanche quelli sottoposti a 41 bis

Secci e i figli, Archidiacono: neanche quelli sottoposti a 41 bis

3 Giugno 2026 2 Di Lidano Grassucci

Quando la Giustizia perde l’umanità, diventa inaccettabile. Giovanni Secci, vicesindaco di Sabaudia, si trova agli arresti domiciliari con l’accusa di un reato che prevede una condanna da sei mesi a tre anni e per una vicenda legata ai chioschi sul lungomare. Non intendo discutere l’impianto accusatorio, e nemmeno la necessità della misura cautelare in sé. Ma vietargli di vedere i propri figli mi pare inutile, ingiusto e figlio di una cultura giuridica che ha sostituito la presunzione di innocenza con l’assoluta certezza dell’accusa.

​Cosa potrebbero mai fare dei figli per inquinare le prove o alterare la posizione del padre rispetto all’inchiesta? Come ha giustamente rilevato il legale di Secci, l’avvocato Renato Archidiacono, persino a chi è sottoposto al regime del 41-bis è concesso di vedere i figli. Una rigidità analoga era già emersa nel caso di Enrico Tiero, a cui inizialmente furono negati i colloqui con l’anziana madre di novant’anni. Oggi, tra l’altro, Tiero è un uomo libero.

​Perché accade questo? La pena dovrebbe essere l’esito di una sentenza passata in giudicato. Fino ad allora deve valere la presunzione di innocenza, e ogni provvedimento cautelare dovrebbe muoversi da questo presupposto. Nel caso di Secci la questione dei chioschi è ormai definita: non c’è pericolo di fuga, l’indagato non ricopre più cariche amministrative e quindi non può reiterare il reato.

​E allora, perché negargli persino il conforto dei figli? La giustizia non deve essere né buona né cattiva: deve essere saggia. Sarà il processo a stabilire la verità, con una condanna o un’assoluzione. Nel frattempo, basterebbe restare umani.

Nella foto l’ avvocato Renato Archidiacono