Sezze, la crisi “non combattuta” e il gelato alla pastarella

Sezze, la crisi “non combattuta” e il gelato alla pastarella

9 Luglio 2019 0 Di Lidano Grassucci

Mentre tutto è fermo il mondo si muove, la politica setina è stordita in una congiura di palazzo e non vede la foresta civile che cresce. Non conosco l’importanza del ruolo di Polidoro nella maggioranza di Sezze, non seguo i ragionamenti complessi di Paride Martella, e non voglio pensare pio e piazzare statue come si piantano le noccioline, e siccome la statua è pure di San Lidano un poco mi incazzo. Ma mentre si balocca di equilibri la società setina si pensa diversa, si immagina capace di normalità straordinarie. Michela Cuccaro, su queste colonne, ha scoperto il gelato (lei dice crostatina) alla pastarella di visciole. Mentre in Comune ripetono i setini creano, i ragazzi di Sezze, come una frattura tra la realtà, il gelato, e le fantasticherie, la crisi politica.

In Francia la chiamarono la guerra non combattuta, dal ’39 a quasi tutto il ’40 tedeschi e francesi si guardavano ma non sparavano neanche un colpo, non avevano voglia di farsi la guerra, sui libri di storia è riportata come “guerra non combattuta”. A Sezze c’è la crisi non combattuta, una crisi artata, così incredibile che cresce da sola, malgrado i protagonisti. Come se le cose determinassero le persone. Da maggio che Sezze non ha governo, ma nessuno sente il “non governo” tutti sentono che si può fare “senza”. I ragazzi del bar Klada inventano un gelato che non c’era con una cosa che c’è sempre stata, la pastarella di Sezze, la preside del Liceo Anna Giorgi diploma una ragazza, Francesca Venditti su cui il fato ha barato, due ragazze Marzia Di Pastina e Federica Fiorini scommettono su una gara di pastarelle, la Bontà natura porta la marmellata nel gelato e per San Lidano, meglio per evitare che da santo amato diventi statua di potere, nasce un comitato vivacissimo. Insomma c’è un mondo setino dove la “politica” setina non si è accorta di non esistere. La città è oltre la sua rappresentanza.

Detto questo se fossi Sergio Di Raimo farei la mia giunta, con gente mia, e andrei in consiglio a vedere chi la boccia. Credo che l’approverebbero ad unanimità, perché nessuno, dico nessuno, vuole andare via. Questa sarebbe la forza del sindaco, e la forza non va mai sprecata.