Quel vizio degli spaghetti n.3 di nonno Lillo

Quel vizio degli spaghetti n.3 di nonno Lillo

19 Ottobre 2019 0 Di Lidano Grassucci

Non era omo di vizio nonno Lillo la Jattuccia, anzi era omo de fadia (fatica) e il vino era per tirarsi su, per darsi un sorriso che senza non avrebbe avuto senso e il tabacco era la puzza che gli uomini dovevano avere per non essere anonimi in un mondo di forze di sforzi e nel fumo che andava via c’erano banali sogni piccoli piccoli come quelli che stavano dentro una boccata di nazionali senza filtro. Una boccata così piccola che c’entrava forse solo una parola, poi il resto erano polmoni ogni giorno più piccoli per un addio già prenotato.

Ma a dire il vero nonno Lillo un vizio lo teneva, un vizio che me lo sono ricordato, anzi che mi è venuto incontro da solo, un balzo dallo scaffale tra il rumore infinito di gente che manco guardava, ma mangiava come si fa al modo della tv, degli chef stellati.

In un angolo tra mille formati di pasto “spaghetti n.3”. Erano gli spaghetti di nonno, gli unici da lui ammessi, fini, finissimi, tanto lui era un concentrato grosso di lavoro che lo accorciava, lui stivali da cavallerizzo, calzoni alla zuava e mai diverso, cappello per conquistare altezza che senza non c’era. “Nu chilo di spagetti n.3“, “Za Pi, hao finichi”. “i no, isso magna schitto spaghetti n 3”.

Tanto tempo dopo in un cartone della Disney, Cars, ho sentito il discorso tra Luigi, il meccanico (una vecchia Fiat 500) e Saetta McQueen (una Chevrolet Corvette C2 ). Il primo: “Sei un auto da corsa”, “Sì”, “allora conoscerai tante Ferrari”, “ma no io corro in formula Indy non ci sono Ferrari“. Luigi incupisce, quasi il mondo gli crollasse addosso: “Luigi segue solo Ferrari”. Ho pianto, ed ero grande, ora ho capito perché: quel “solo Ferrari” era come “solo spaghetti n.3”. Ti tornano le storie, la tua storia, come il sapore dei peperoni.

Nonna fece il giro di tutto il paese, quella Sezze ingenua e così unica da essere strana se la vedevi da qui, o da ogni altro lato, fino a trovare i numero 3 e tornare in tempo per quell’appuntamento a cui non poteva mancare il “radduce alle cinco”. Mi affacciavo e lo vedevo girava da Ferrodicavallo, piano anche nell’ultimo tratto, come piano aveva fatto in tutta la corsa, piano che lui e il mulo la sapeva lunga della vita. Combatteva, prima mangiava il mulo poi saliva e la forchetta si faceva abbracciare dai numero 3, e mangiava con compostezza, sempre la stessa “dose”, mai di meno, mai di pià, ma sempre numero 3. Poi il vino che puzzava di aceto e zolfo da stordire, chissà che penserebbe lui di quella bevanda che dicono oggi sia vino. Ma lo immagino a dirmi: “quessa è gassosa portame lo vino“.

Poi si vestiva a festa, sempre la stessa, nonna metteva i soldi sul tavolo appena sparecchiato, li prendeva e andava al suo destino, per tornare e ricominciare, in attesa del prossimo piatto di numero 3. Francesco De Gregori dice che ogni uomo ha un suo vizio, quello di nonno Lillo erano gli spaghetti n.3

La gente, nel supermercato, pensa sia matto quasi a pregare davanti ad un pacco di pasta con la scritta “spaghetti, n.3”

 

Nella foto Lidano Grassucci, ma non io ma quello degli spaghetti n. 3