San Lidano, caro sindaco le scrivo e l’eredità immateriale di Sezze

San Lidano, caro sindaco le scrivo e l’eredità immateriale di Sezze

5 Febbraio 2020 0 Di Lidano Grassucci

Ricevo e pubblico la lettera che Franco Abbenda ha indirizzato al sindaco di Sezze, Sergio Di Raimo, sulla vicenda della collocazione della statua di San Lidano sul Belvedere di Santa Maria. Mi permetto di fare delle considerazioni in premessa, da setino emigrato, lontano. Alla presentazione del libro dello stesso Franco Abbenda il sindaco intervenne parlando della istituzione del Registro delle Eredità Immateriali (REI). Mi ha colpito l’idea e da allora penso a quali sono le eredità immateriali del mio paese, del mio nome, della mia comunità. Vedete a Firenze per mostrare ricchezza facevano torri sempre più alte, segno di potere, nelle città del nord per far capire Dio e la sua grandezza hanno fatto cattedrali ardite (la cosa è cosi seria che per fare la chiesa più grande del mondo, san Pietro, il papa fece merce degli accessi in paradiso e si perse per strada metà dei suoi figli), il potere civile ha fatto castelli intorno a cui fare comunità, protetta del signore e si è fatta di sudditi.

Qui, qui a Sezze non ci sono castelli, non ci sono torri ardite, le chiese sono non grandi ma tante. Qui nessuno, per secoli, ha avuto bisogno di idolatrare, qui si pregava in chiese che se eri genuflesso verso Sant’Antonio con i piedi toccavi l’inginocchiatoio di San Carlo. Qui le chiese non fanno paura, ma ti abbracciano e sono discrete. Ciascuno alla sua devozione. E’ vero in alto ci si sono messi i gesuiti, ma non per convincere con la forza della grandezza, ma per studiare la grandezza di Dio.

Ricordo i contadini che all’osteria odiavano la gerarchia e ciascuno era libero con il suo coltello.

Qui, qui a Sezze, il patrimonio immateriale è l’assenza di prepotenza, è l’eguaglianza che fa dire alla popolana alla vista del Papa, Pio IX, non si genuflesse ma commentò “se è papa quisso è papa puro maritemo”. Qui è l’eredità immateriale, l’orgoglio di essere capaci di grazia e non di grazia ricevuta. Ogni tanto negli incontro pubblici vedo sento altre eredità, eredità di gerarchie e io non mi sento, da setino, meglio ma diverso e mai secondo ad alcuno per dignità

Sindaco quella statua è inutile, qui non c’è bisogno di statue, infatti non ci sono se non quella grande dedicata ai ragazzi morti in guerra, statua civile che sta “dentro” il parco non lo sovrasta, lì Sezze abbraccia il suo ragazzo-soldato, è madre e lui non offende con le armi ma ama con la bandiera. Questa statua sta dentro l’eredità immateriale, sta nella Sezze madre. La stessa croce è gigante ma sta “accanto” al tessuto urbano, con gigantesca discrezione, aiuta non comanda.

Caro sindaco, la lascio alle parole di Franco, mi scuso per le mie cose, ma le ribadisco che non è un fatto amministrativo, di responsabile unico del procedimento, e sovrastrutture di questo genere, ma il nodo è politico-culturale- di eredità: sindaco Sezze non è stata signoria e non ha mai avuto signori, non ci sono stati sudditi perchè non ci sono i re, e pure il Papa era, qui, un povero Cristo. Scelga la sua eredità, non la disperda. E da Lidano le dico che noi, noi 300 che portiamo questo nome fino ad estinzione, siamo umili testimoni di un amore mai prepotente e non servono statue.

 

 

LA LETTERA DI FRANCO ABBENDA

Gentile Signor Sindaco di Sezze,
permettetemi – grato per la benevola accoglienza con la quale qualche giorno fa mi avete omaggiato – di
preoccuparmi per la Vostra giusta gloria e dirvi che la Vostra buona stella, se felice fino ad ora, è minacciata
da una macchia che rischia di travolgerVi.


Avete conquistato i cuori degli elettori, i voti della coalizione e vinto le elezioni amministrative del 2017 al
primo turno, diventando Sindaco di Sezze alla testa di una giunta di centro-sinistra. Da qualche mese però
siete alle prese con diverse grane politico-amministrative che costituiscono una prova nel vostro percorso di
governo, a dire il vero – permettetemi – non ancora brillante e illuminato come da molti auspicato.
Corre voce che Vi stiate preparando a presiedere al trionfo solenne della vostra esposizione politica più
recente: la realizzazione di un progetto che vedrebbe una statua di San Lidano occupare l’area pubblica
prospicente l’affaccio del Belvedere di Piazza Duomo – il murodellatèra per noi -, operazione che appare a
molti spericolata, ricolma di ombre procedurali e non partecipata.
È finita, Sezze ha ormai sulla guancia questa macchia, la storia scriverà che sotto il Vostro mandato è stato
possibile commettere questo vero e proprio disonore culturale ed urbanistico. E poiché è stato osato, oserò
anche io. La verità, la dirò io, poiché ho promesso di dirla, se la giustizia, regolarmente osservata non la
proclamasse interamente. Il mio dovere è di parlare, non voglio essere complice. Le mie notti sarebbero
abitate dallo spirito dell’uomo innocente che espia laggiù nella più spaventosa delle torture un crimine che
non ha commesso.
Non so in nome di chi Voi avete deciso di battervi per quel progetto, forse in nome della religiosità popolare
o di quella che avete ritenuto un’offerta troppo a buon mercato per non accettarla.
Not in my name!!
Ed è a Voi signor Sindaco, che io griderò questa verità, con tutta la forza della mia rivolta di uomo onesto e
tenace. In nome del Vostro onore, sono convinto che la ignoriate, seppur non del tutto.
E a chi dunque denuncerò se non a Voi, prima Autorità del paese?
Un privato cittadino, ad Aprile 2018 Vi ha proposto un regalo per il paese, dichiarandosi disponibile a
finanziare tutti i costi per l’installazione della statua e la collegata progettazione.
Il 1° Giugno dello stesso anno, la Giunta da Voi presieduta ha preso atto della suddetta donazione plaudendo
al gesto magnanimo. Però, appena dopo una settimana (8 Giugno) vi è stata necessità di rettificarla: infatti
avete precisato (con altra delibera di Giunta) che la statua, seppur rivestita come pacco dono, sarebbe
rimasta comunque di proprietà del donatore e non acquisita al patrimonio dell’Ente comunale.
Questo è stato il primo vero vulnus, la ferita mortale alla democrazia e alla delega pro tempore che avete
ricevuto dal Popolo indossando la fascia tricolore, quella che Vi onorate di portare.
Voi avete giurato di essere l’esecutore principale e il responsabile della gestione degli interessi della res
pubblica, quelli di tutta la cittadinanza, compresi quelli relativi alla tutela dei suoi beni storici, culturali,
paesaggistici ed urbanistici.
Con il secondo passaggio in Giunta, invece, Voi avete sancito, ahimè, che l’interesse – più o meno legittimo
– di UNO fosse riconosciuto superiore ai diritti di TUTTA SEZZE, a difesa delle ricchezze che c’erano già.
Non è un fatto da poco. Se infatti la statua (con relativo progetto) fosse stata davvero donata al Comune,
sarebbe stata poi l’Amministrazione a dover avviare un iter procedurale completo, prevedendo
necessariamente un bando di gara pubblica per l’aggiudicazione dei lavori di posizionamento della statua o
meglio identificare un altro spazio pubblico più idoneo ad ospitare la statua in luogo del Belvedere.
Invece, accettando di accontentare la richiesta del donatore-non donatore con la seconda delibera, avete
scolpito su carta la sua volontà di rimanere comunque proprietario della statua.
In questo modo il cantiere – aperto dal privato nel successivo maggio 2019 -, è stato da subito caratterizzato
dall’anomalia di essere un cantiere privato ma aperto in area pubblica; io lo riterrei abusivo, perché privo di
uno specifico atto che ne avesse stabilito la concessione ad occuparla con una statua privata.
A nulla sono valse le voci allarmate delle novelle Cassandre (50 circa, non di più) che Vi hanno chiesto di
fare marcia indietro e riconsiderare il tutto, anche alla luce delle normative nazionali vigenti sulla difesa dei
beni paesaggistici del centro storico, tutelate anche dal Piano Regolatore.
Poi sappiamo tutti com’è andata: Ordinanza di blocco lavori e otto mesi passati senza atti ufficiali.
Adesso il Consiglio Comunale – mai coinvolto prima nel progetto – dovrebbe sancire, benedicendola, la
vostra più volte dichiarata volontà di far ripartire i lavori ad ogni costo, magari in seguito all’acquisizione
della statua al Patrimonio pubblico (prima sì, poi no, poi di nuovo sì).
Timeo danaos et dona ferentes.
A volte gli “amici” che portano doni sarebbero da temere, non da assecondare acriticamente.
Ma tant’è, nessuno ascoltò Laocoonte davanti al cavallo di legno nel mito di Omero (e Troia fu conquistata),
così Voi non avete ascoltato le voci adirate di chi ama il Murodellatera bello così, senza statue com’era.
Ma non è più tempo di cavalli e di profezie.
FermateVi, Signor Sindaco, prima che sia troppo tardi.
Io Vi accuso (J’accuse, figurato ma non troppo) di una colpa che sarebbe indifendibile e Vi chiedo di
cambiar rotta anche ora, non per me ma a difesa di un bene collettivo, immateriale: il senso dell’orgoglio
setino che ci pervade dal Belvedere di Santa Maria nel maestoso affaccio sulla pianura, lo stesso che rischia
di essere irrimediabilmente compromesso da un’opera e un’operazione di cui non si sono capiti ancora la
necessità e il fine ultimo.
E se proprio non sarete Voi ad invertire la direzione che sembrerebbe intrapresa, spero vivamente che
saranno i consiglieri comunali, anche quelli della Vostra maggioranza – muti testimoni delle Vostre e altrui
mire-, in un impeto di orgogliosa responsabilità civica ed indipendenza morale, a farVi cambiare idea
bocciando la soluzione che Voi state per proporre.
L’atto che io compio non è che l’ultimo disperato mezzo utopistico (quindi illusorio) per accelerare
l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dei
concittadini – lo scomparso amico Sergio Bracaglia in primis – che hanno tanto sofferto l’occupazione del
murodellatèra e che hanno diritto alla felicità dell’anima che scaturisce in ognuno, anche in Voi immagino,
da quel luogo, quando era libero e quando sarà liberato con il ripristino integrale che auspichiamo.
La mia protesta infiammata non è che il grido della mia anima.
Vogliate gradire, signor Sindaco, l’assicurazione del mio profondo rispetto da concittadino.

Franco Abbenda

PS. In questo appello alcune frasi sono tratte dal celeberrimo J’accuse di Emile Zola, indirizzato all’allora Presidente
della Repubblica francese Felix Faure, in difesa del capitano Dreyfus, pubblicato sul giornale l’Aurore.
Io ho provato a rubarne alcuni passaggi adattandoli al contesto locale che in cuor ci sta