Domani è il giorno di Lidano, vi prego salutateci non ci imbalsamate nel bronzo

Domani è il giorno di Lidano, vi prego salutateci non ci imbalsamate nel bronzo

1 Luglio 2020 0 Di Lidano Grassucci

Ecco, ci siamo
Ci sentite da lì?
In questo sfondo infinito
Siamo le ombre impressioniste
Eppure noi qui
Guidiamo macchine italiane
E vino e sigarette abbiamo
E amori tanti.

Ivano Fossati, Italiani d’Argentina

 

Domani, come da mezzo secolo, mi chiamerà il mio amico Damiano. Io, che anche ora ci penso, domani senza il suo promemoria mi perderò. Mi chiamerà: “auguri Lì”. Risponderò, mezzo addormentato, “di che?“. “Oi è San Lidano”. 

Mica è facile portare questo nome, era anche duro e per farlo moderno mia zia Maria pensò bene di trasformare i Lidano in Lilli, e visto che aveva già cambiato nome ad un Lidano (Lidano Catuzzi) aggiunse, per lui Lilli grande, ed io diventai Lilli piccolo. Così il suono si addolcì, era internazionale allora c’era anche il film animato, solo che Lilli era una cagnetta e la cosa non faceva proprio macho. Ma andò in questo modo: ero Lilli a casa, Lilli a scuola, Lilli per gli amici del palazzo in via Felice Cavallotti (la strada che i fascisti chiamarono Guglielmo Marconi e l’indifferenza democratica poi non osò riparare il torto). Comunque si cresce, il destino mi portò nel piano e lì Lidano era “esotico”, per loro anche “marchio” di differenza, di diffidenza per quella gente che era così poco nuova nelle città nuove. Lidano diventava Libano, Lidiano, o semplicemente “ma che nome ha?”.

Già che nome ho? Mi chiama ogni tanto Lidano Caldarozzi ed esordisce sempre “che bel nome che ha”, io gli rispondo “e’ un bellissimo nome anche il suo”. Come a riconoscersi per il nome che per noi è dato sul modello degli indiani d’America che nel nome hanno le caratteristiche, o il nostro nome ci ha fatto così?

Sentiamo la differenza, l’appartenenza, la linea di continuità. Siamo come dei fossili viventi, non dovremmo esserci, tanto che qualche prete ci vorrebbe trasformare in immobile statua e non in dialettica vita. Siamo noi il monumento che andate cercano e non “occupiamo” i posti ma li viviamo, li sentiamo, li rammentiamo.

Siamo “poco moderni, come un film in bianco e nero visto alla tv”, siamo quel saluto dell’amico che non si dimentica e che facendomi gli auguri ricorda il padre che si chiamava Lidano, e il figlio che si chiama Lidano e… a questo punto della storia sento le mani di cuoio di mio nonno Lidano che non ha mai pianto in vita sua, ma quando mi ferirono avrebbe “ucciso il mondo”, come fanno di amore gli uomini di fatica di una vita.

Mi chiamo LIdano di certo non è meglio o peggio di niente, ma resta diverso da tutto.

A che serviamo? Se siamo in tre battezziamo un asino, per dire che è tutto nato contadino. Noi, non facciamo miracoli, non facciamo cattedrali, non veneriamo le pietre ma coltiviamo la vite, i carciofi, “cacciamo” le lumache, riconosciamo il canto delle rane.

Quando non ci saremo più? Forse si perderà una innocente differenza, una incedibile appartenenza. Ma vi prego fateci morire da vivi, non imbalsamateci in statue già morte.

Mo me scordo e addomano Damiano mi chiamerà, Enzo mi piglierà, per culo e Gianni si ricorderà perchè ce lo dice Damiano. Come da mezzo secolo, oramai.

 

Nella fotografia Lidano Grassucci mio nonno, carrettiere. Nell’immagine l’orecchio lo hanno aggiunto a matita, non era venuto. Non porta cravatta, non ne aveva. Sono così per lui, con lui. Come tutti quelli che hanno questo nome sanno.