Storie: un viaggio intorno a 60 anni, due ragazzi che volevano fare come gli pare

Storie: un viaggio intorno a 60 anni, due ragazzi che volevano fare come gli pare

1 Agosto 2020 0 Di Lidano Grassucci

Mi telefona Enrico, Enrico Forte: “Faccio 60 anni, mi farebbe piacere…”.

Sessanta anni, dio mio che lungo, che lungo il tempo. Perché questa telefonata arriva dopo una avventura lunga, ma lunga, che forse se ne è perso la memoria.

Un’ assemblea infuocata di una Italia incendiata da sogni che si sognavano mentre si facevano malati e terribili negli anni ’70, quando cantavamo di zingari felici e di ubriacarsi di luna.

Lui, giovane democristiano, io giovane socialista (questo giovane per definire stona tanto o forse no…) l’assemblea era al teatro della Immacolata a Latina e ci vedeva non minoranza ma “da espellere”. Era pieno, la politica era partecipazione.

Enrico mi fa: “vacci tu che sei socialista a chiedere se ci fanno parlare anche a noi, sei compagno loro”. A dire il vero con quei ragazzi noi un poco ci giocavamo, noi socialisti, per creare qualche cosa a sinistra dei comunisti” ma, ammetto, qualcosa ci era sfuggito di mano.

Non ci fecero parlare e mi presi del “socialfascista” e me la presi non poco, del “mescevico” e mi parve verissimo.

Noi? Noi ci ridemmo sopra, ma non in italiano io in sezzese ed Enrico in privernese.

Poi… lui continuava a fare politica io scrivo faccio il giornalista con Latina oggi.

Ma di cosa scrivo? Ti trovi con gli affini se sei affino, e noi affinavamo uno sfottò infinito e lungo. Io scrivo e divento responsabile della politica sul giornale, lui fa l’assessore a Latina: io scrivo di politica  lui la fa.

La mattina incontri a parlare fitti di quello che sapevamo, la politica appunto. Una politica che cambiava e si dissolveva davanti ai nostri occhi: non c’era più Dc, Psi e regole certe. In questo caos noi, ci inventavamo storie che la mattina erano fantasia, il pomeriggio in redazione diventavano probabili, la mattina scritti sul giornale erano “certezze” come tavole della legge. Sindaci inventati, assessori immaginati, presidenti di camere di commercio plausibili, epocali scontri mai avvenuti la cui genesi la poteti immaginare solo se avete frequentato i bar di periferia.

Ogni tanto andavamo da Claudio Lecce che era “saggio”, per strada invece il grande Peppino Parisella ci spiegava non la politica ma la vita, fatta a forma di vita. Noi la conoscevano di lontano, immaginavamo, ma lo straordinario lo scoprivamo li, per lì. Boh, fate voi.

Ragazzi illusi di collegi uninominali a Verona per i cristiano sociali e diventavano possibilità, anche negli altri giornali.

Ma mica così facile, con noi devi essere lesto di lingua, veloce di battuta, capace di ferita sottile. Un dialogo che è quasi una guerra non combattuta ma dura, quanto dura. Lui sempre di Priverno resta con quella testa che si sentono primi, ma guardano in altro e vedono i setini, per quella Camilla che se la tira. Vince chi mena prima che il secondo sta in affanno e presta il fianco ad altro colpo più duro che viene dopo. Vita dura quella dello sfottista, mai un minuto di pace.

E… gli anni passano, ogni tanto ci stizziamo. Già la “stizza” che è la permalosità di sentire la vendetta perchè forse tradito o perchè solo considerato meno. Poi ti incontri e ti riviene da ridere sulla battuta contro un povero cristo e sulla storia che ne segue. In un mondo popolato di  Girelle, Mahatma, Sospetti, Conigni mannari, Nel gusto di Enrico di dare i nomi alle persone come facevano gli indiani americani per caratteristica e non per eredità.

60 anni li fa lui, io ne farò altretanti l’anno che viene, e sono quasi 45 che “goliardiamo” insieme che se ci parlano di Enrico dichiariamo “e non lo potete sapè”, lui fa lo stesso di Lidano. Perchè se ci vedessero i nostri padri per questo nostro lavorare” che sono a sentirlo nominare  “un brivido ci corre lungo la schiena”

E quel collegio a Verona per i cristiano sociali, per il film lungo della vita. Ci vedesse Peppino con una statua brasiliana e la faccia non rossa, ma come una riscossa. Che fummo poco belli, diventammo interessanti, ma a raccontarlo.

Capita che ex ragazzi a 60 anni fanno cose che forse ne valgono 20 di anni, poi rilitighiamo ma questo è nel nostro “mondo verosimile” che la mattina sul giornale era più vero del veramente accaduto, e questo fu un fatto.

Ora?

La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.

Jep Gambardella

Ora che ci penso abbiamo sempre fatto come ci pareva e quando non ci pareva inventavamo. Quando un amico ti chiama e ti dice “ho 60 anni”, non ti dice altro che “abbiamo diviso un poco questa età”.

Tutto questo perchè tra un anno tocca a me, e me rode non poco che le scuse più non ho, o no?