Racconti d’estate / Il primo giorno di mare di Etta e Ina

Racconti d’estate / Il primo giorno di mare di Etta e Ina

11 Agosto 2020 0 Di Maria Corsetti

Finita la scuola, arrivò finalmente il giorno in cui Etta e Ina rividero il mare. La festa iniziava esattamente la mattina in cui si partiva senza alcun accessorio alla volta della spiaggia. La sosta alla bancarella permetteva di rifornirsi di tutto il necessario: costumi, ciabatte, cappellini, palette, secchielli, manicotti, asciugamani. Veniva acquistato al momento anche l’ombrellone e un paio di sedie che si piegavano. Da casa si portava un grande barattolo avvolto in un canovaccio e pieno di frutta già tagliata, cosparsa di limone per non farla annerire e conservata con i cubetti di ghiaccio. Da casa si portavano anche le creme per non scottarsi. Alle otto di mattina qualsiasi lungomare è bello come una cartolina. Indossati i costumini (solo il pezzo di sotto visto che erano piccole, ma loro avrebbero preferito il bikini come vedevano a tante signorine), le ciabattine di plastica bucherellate per far uscire la sabbia, conquistarono il loro pezzo di spiaggia. Con il secchiello andarono a prendere l’acqua per bagnare la sabbia e piantare meglio l’ombrellone. A infilzarlo bene ci pensò la mamma. Quindi furono unte di crema dalla testa ai piedi. La crema dava un certo fastidio, ma le gemelle capirono che si trattava di un male necessario. Libere di procedere alla costruzione di castelli, si misero all’opera. La sabbia umida fu pressata bene dentro i secchielli, che vennero girati restituendo due torri compatte che furono adornate con smerli ottenuti con la sabbia molto bagnata. Alcune conchiglie rifinirono il lavoro. Un’onda anomala lo distrusse in un secondo.

Etta e Ina ci rimasero male, ma ricominciarono, questa volta un po’ più distanti dalla riva. Finiti i castelli, si cimentarono nelle buche. Due belle buche dove il piede di un adulto entrava alla perfezione. Nel cestino della spazzatura di procurarono due fogli di carta che furono usati per coprire le buche. I fogli di carta furono coperti di sabbia asciutta. Un lavoro perfetto. Etta e Ina soddisfatte si erano sdraiate sui loro asciugamani in attesa che arrivasse l’ora di fare il bagno. All’orizzonte si stagliava un palestrato tatuato sudatissimo che faceva la sua ginnastica mattutina. Le scarpe da ginnastica in tecnicolor finirono una dietro l’altra dentro le buche. Il palestrato si guardò intorno per scoprire il colpevole. Mai avrebbe sospettato di quelle due graziosissime bimbe identiche stese al sole che ridevano. Pensava che ridessero solo perché la scena poteva essere buffa. La mamma si era girata a guardare le gemelle e in un istante aveva capito come erano andate le cose.

Visto che il palestrato non si era fatto male, aveva evitato di smascherare le figlie, ma le era sembrato educato soccorrere il giovane, offrendo acqua e frutta. I bicipiti gonfi sotto il sole facevano bella figura. Etta e Ina notarono che anche quel ragazzo aveva tanti disegni addosso, proprio come le loro madrine. Che sarebbero arrivate più tardi. Pensarono quindi di rimediare invitando il ragazzo a ripassare più tardi così gliele avrebbero presentate.

Il ragazzo salutò con educazione, promettendo di farsi vivo intorno a mezzogiorno. La mamma aveva pensato che era meglio far finta di non essersi accorta di chi aveva preparato le buche, sperando che Etta e Ina si fossero rese conto da sole che è meglio evitare certe cose.

Alle undici e mezza arrivarono le madrine. Etta e Ina furono molto contente del fatto che anche le due ragazze indossassero solo il pezzo di sotto del costume. Con le madrine era permesso fare il bagno. Le quattro si tuffarono felici, le piccole indossavano i manicotti, il mare era abbastanza calmo e si poteva arrivare alla seconda renella senza problemi. Fu da lì, da quella ventina di metri di distanza dalla riva che le madrine videro il palestrato versione beach che salutava la mamma delle gemelle. Abbandonate le piccole alla deriva con due bracciate furono in spiaggia. Si presentarono tra una stretta di mano e un incrocio di tatuaggi. Etta e Ina nel frattempo erano riuscite a tornare a riva. Decisero di fare tutti e cinque una passeggiata, la mamma sarebbe rimasta a controllare borse e asciugamani.

A capo di un branco costituito da due sue simili e due bambine sulla buona strada per diventarlo, il palestrato si sentiva piuttosto importante.

Alla gente in spiaggia non poteva sfuggire questa scena costituita da un maschio molto muscoloso, reso lucido da lampade e cerette, da due ragazze la cui parte del corpo più coperta era il fondoschiena per via dei tatuaggi monumentali e due bambine identiche.

Non sfuggì proprio a nessuno questa scena. Mentre tornava indietro, il piccolo branco si vide aggredito da una robusta signora con la pelle appena colorita dal sole, le gambe solcate da evidentissime varici e una scamiciata addosso. Appresero che la grossa signora era una zia della fidanzata del palestrato che chiedeva spiegazioni sulla scenetta.

Il palestrato si inventò al volo che aveva incontrato una signora che frequentava la sua stessa palestra, che le gemelle erano le figlie della signora e che le ragazze erano le nipoti che stava accompagnando per una passeggiata perché non puoi sapere mai ad andare in giro con due bambine quando ci sono tanti malintenzionati.

Rilasciato con la condizionale, il ragazzo avrebbe voluto incontrare una buca enorme nascosta dove sprofondare senza dover fornire spiegazioni alle madrine che vedevano svanire l’dea di una sera interessante con lui e possibilmente un suo amico.

Il palestrato non sapeva se vergognarsi di più del fatto che aveva una fidanzata o del fatto che aveva una fidanzata con una zia così. Una volta alla base il ragazzo pensò che era meglio salutare.

Le madrine ci rimasero male, ma Etta e Ina – lontane dalle orecchie della mamma – le rassicurarono: «Domani ne prendiamo un altro».

 

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